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Il cambiamento della struttura geopolitica mondiale: dalla fine dell’Unione Sovietica alle tensioni di oggi

2 Giugno 2026 by admin_rapsodia Lascia un commento

Il giorno 21 aprile la classe 2A AFM (amministrazione finanza e marketing) dell’istituto Pacinotti di Pisa ha svolto un incontro tramite il progetto Contemporanea…mente ideato dal professor Andrea Vento, con il professor Francesco Dall’aglio docente di storia dei paesi dell’Est Europa, analista militare e geopolitico, sui mutamenti avvenute nell’Europa Orientale e sulla questione Russo-Ucraina partendo da alcune domande sull’Unione Sovietica.

Studente:
Professore, può spiegare meglio quale fosse la differenza tra l’Unione Sovietica e i Paesi dell’Europa orientale durante la Guerra Fredda?

Prof. Dall’Aglio:
L’aspetto fondamentale da chiarire è che spesso si fa confusione tra Unione Sovietica e blocco socialista, ma non sono la stessa cosa.

I Paesi dell’Europa orientale – come Polonia, Cecoslovacchia, Ddr, Ungheria, Romania e Bulgaria – non facevano parte dell’Unione Sovietica, ma appartenevano a quello che veniva definito il blocco socialista. Erano Stati formalmente indipendenti, ma in realtà strettamente legati a Mosca.

Questo legame si concretizzava soprattutto attraverso il Patto di Varsavia, che era un’alleanza militare, e attraverso l’adozione dello stesso sistema economico controllato dallo Stato. Quindi non erano territori dipendenti, ma nemmeno Stati pienamente autonomi nel pieno senso del termine.

Dal punto di vista politico, la differenza principale rispetto all’Occidente era che in questi Paesi esisteva il partito unico oppure un sistema pluripartitico solo apparente. Le elezioni c’erano, ma erano a partito unico con il controllo politico nelle mani del partito comunista.

 

Studente:
E quindi questi Paesi erano completamente controllati dall’URSS?

Prof. Dall’Aglio:
Non erano formalmente parte dell’URSS, ma erano inseriti in una struttura politica e militare che li rendeva fortemente dipendenti. L’Unione Sovietica esercitava una grande influenza, soprattutto attraverso il Patto di Varsavia e attraverso il controllo ideologico del sistema socialista. Tuttavia, è importante dire che non erano semplicemente “province sovietiche”: erano Stati con una loro struttura interna, anche se molto condizionata.

 

Studente:
Ci sono delle eccezioni rispetto a questo modello, come Jugoslavia e Albania?

Prof. Dall’Aglio:
Sì, e sono due casi molto importanti perché mostrano che il blocco socialista non era completamente omogeneo. La Jugoslavia non faceva parte del Patto di Varsavia. Aveva un sistema socialista, ma con caratteristiche proprie: una forma più autonoma, con alcune aperture economiche e un’organizzazione meno rigida rispetto agli altri Paesi dell’Est. L’Albania, invece, rappresenta l’estremo opposto. Aveva un sistema ancora più rigido e chiuso rispetto agli altri Stati socialisti. Il controllo dello Stato era molto forte e l’isolamento internazionale era molto marcato. Quindi, anche all’interno del blocco socialista, esistevano differenze significative tra Paese e Paese.

 

Studente:
Com’era organizzata internamente l’Unione Sovietica?

Prof. Dall’Aglio:
L’Unione Sovietica era uno Stato estremamente complesso, composto da 15 Repubbliche socialiste sovietiche. Non era quindi uno Stato unitario semplice, ma una struttura federale molto articolata. All’interno di queste repubbliche esistevano ulteriori territori autonomi e una grande varietà etnica, linguistica e geografica. È per questo che si parlava di un vero e proprio “mosaico”. Tuttavia, nonostante questa complessità, il potere reale era fortemente centralizzato. Le decisioni politiche ed economiche fondamentali venivano prese a Mosca. Formalmente esistevano partiti comunisti nelle singole repubbliche, ma non erano realmente indipendenti: erano subordinati al Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

 

Studente:
Cosa è successo alle élite politiche dopo la dissoluzione dell’URSS?

Prof. Dall’Aglio:
Uno degli aspetti più importanti della transizione post-sovietica è stata la continuità delle élite politiche ed economiche. In molti casi, le persone che erano parte del sistema sovietico hanno continuato a ricoprire ruoli di potere anche nei nuovi Stati indipendenti. Questo è avvenuto perché esisteva già una struttura di comando consolidata. La cosiddetta nomenklatura, cioè l’élite amministrativa e politica del sistema sovietico, non è scomparsa, ma si è in larga parte riciclata. In alcuni casi questa continuità è molto evidente: per esempio in alcuni Stati post-sovietici si sono create vere e proprie dinastie politiche, dove i figli dei dirigenti sovietici hanno assunto ruoli di leadership.

Carta 1: i 15 stati che formavano l’Urss.

Errata corrige: i tagiki non sono un popolo di lingua turca bensì della famiglia indo-iranica.

 

Studente:
Professore, come definirebbe il passaggio dal socialismo al periodo post-sovietico?

Prof. Dall’Aglio:
Il passaggio è stato brusco, non pianificato e traumatico. Non si è trattato di una transizione graduale come in altri contesti, ma di un cambiamento improvviso che ha avuto conseguenze molto forti. Dal punto di vista economico, sociale e politico, molte strutture sono crollate rapidamente. Questo ha generato instabilità e ha reso difficile la costruzione di nuovi sistemi politici solidi.

Studente:

Arrivando al presente, perché è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina?

Prof. Dall’Aglio:

Il conflitto tra Russia e Ucraina non può essere spiegato riconducendolo ad una sola causa, ma è il risultato di una serie di fattori storici e geopolitici. Esistono certamente elementi nazionalisti e storici, perché alcuni territori hanno una lunga storia di legami con la Russia. Tuttavia, il fattore principale è la questione della sicurezza strategica. Dopo la fine dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Russia ha perso la cosiddetta “cintura di sicurezza” che la separava dall’Occidente. Questo ha modificato profondamente l’equilibrio geopolitico.

Carta 2: Nato (1949) e Patto di Varsavia (1955)

 

Studente:
In che modo la NATO ha influito su questa situazione?

Prof. Dall’Aglio: 
Dal punto di vista russo, l’allargamento della NATO verso est è stato percepito come un elemento fortemente critico. Paesi come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca sono entrati nella NATO nel 1999, seguiti da altri nel 2004. Questo ha progressivamente avvicinato l’alleanza ai confini russi. Il punto più delicato è stato l’avvicinamento di Ucraina e Georgia, due Paesi strategicamente molto importanti per la Russia perché si trovano direttamente ai suoi confini. Dal punto di vista russo, questo processo è stato interpretato come una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

 

Studente:
Si sarebbe potuto evitare il conflitto in Ucraina con strumenti politici come referendum o accordi?

Prof. Dall’Aglio:
È una domanda molto complessa. Oggi, a distanza di decenni dalla fine dell’Unione Sovietica, le dinamiche geopolitiche sono diventate estremamente stratificate. Non si tratta più solo di scelte politiche immediate, ma di equilibri internazionali costruiti nel tempo. Per questo motivo, soluzioni semplici come referendum non sono realistiche in un contesto così complesso. Diverso il discorso per quanto riguarda eventuali accordi che peraltro erano già stati raggiunti nella prima fase del conflitto. Gli Accordi di Minsk I del settembre 2014 e di Minsk II del febbraio 2015 potevano costituire degli strumenti per conseguire una risoluzione negoziata del conflitto ma come ha dichiarato l’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, all’epoca parte del Quartetto che aveva sottoscritto l’accordo insieme a Russia, Ucraina e Francia, ne ha rivelato i veri obiettivi in una intervista alla rivista Die Zeit nel dicembre 2022. Merkel ha infatti affermato che gli accordi di Minsk non erano un tentativo di stabilire una pace in Ucraina ma che avevano lo scopo “di dare tempo all’Ucraina” di ricostruire il suo esercito. Non è infatti un caso che la Nato è entrata in pianta stabile in Ucraina sin dal 2014 come ha dichiarato il segretario generale della Nato dell’epoca Jens Stoltemberg[1]. Le dichiarazioni di Angela Merkel sono state confermate nel 2023 dall’ex presidente francese Francois Hollande, anch’egli parte del processo negoziale di Minsk[2].

 

Studente:
In conclusione, qual è la chiave per capire tutto questo periodo storico?

Prof. Dall’Aglio:
La chiave è capire che non esiste una separazione netta e semplice tra Est e Ovest, ma un insieme di sistemi politici, economici e strategici in continua evoluzione. Dalla Guerra Fredda alla dissoluzione dell’URSS fino alle tensioni attuali, tutto è collegato da un elemento centrale: il problema dell’equilibrio di sicurezza tra potenze.

Carta 3: la struttura federale della Jugoslavia composta da 6 stati e due regioni autonome interne alla Serbia: Vojvodina a maggioranza ungherese e Kosovo a maggioranza albanese

 

Studente:
Professore, può spiegare meglio cos’era la Jugoslavia e in cosa si differenziava dagli altri Paesi socialisti?

Prof. Dall’Aglio:
La Jugoslavia è un caso particolare all’interno del mondo socialista perché pur essendo uno Stato socialista con partito unico non rientrava nel Patto di Varsavia e non seguiva completamente il modello sovietico. Pur essendo uno Stato socialista con partito unico. Dopo la rottura tra Josip Broz “Tito” e Joseph Stalin nel 1948, il Paese iniziò a prendere decisioni in modo autonomo, senza essere subordinato a Mosca. Questo significava che, a differenza degli altri Paesi dell’Europa orientale, la Jugoslavia non doveva adeguarsi alle direttive sovietiche né sul piano politico né su quello economico. Rimaneva comunque un sistema socialista, quindi non era una democrazia liberale: il potere era concentrato in un unico partito e non esisteva un vero pluralismo politico. Tuttavia, rispetto agli altri Stati del blocco socialista, il controllo dello Stato era meno rigido e centralizzato. L’economia, ad esempio, non era gestita interamente dallo stato come nell’Unione Sovietica, ma prevedeva forme di autogestione delle imprese, che lasciavano più spazio alle decisioni locali. Anche sul piano sociale e dei rapporti con l’estero, la Jugoslavia era più aperta: i cittadini avevano maggiori possibilità di viaggiare e il Paese manteneva relazioni sia con il blocco occidentale sia con quello socialista. Per questo si parla di una “via intermedia”: non era un sistema come quelli occidentali, ma nemmeno rigidamente controllato e dipendente da Mosca come gli altri Paesi dell’Europa orientale. Era, in sostanza, un modello socialista autonomo, con caratteristiche proprie. Inoltre, rispetto ad altri Paesi, la Jugoslavia aveva introdotto alcune aperture economiche e una gestione meno centralizzata rispetto al modello sovietico classico. Questo la rendeva un caso unico nel panorama socialista, con una propria identità politica e organizzativa.

 

Studente:
E invece l’Albania che tipo di sistema aveva?

Prof. Dall’Aglio:
L’Albania rappresentava l’estremo opposto rispetto alla Jugoslavia. Se la Jugoslavia aveva una certa autonomia e alcune aperture, l’Albania invece aveva un sistema molto più rigido e chiuso. Il controllo dello Stato era estremamente forte e il partito unico dominava completamente la vita politica, economica e sociale. Anche rispetto agli altri Paesi del blocco socialista, l’Albania risultava più isolata in politica estera. In questo senso, si può dire che nel mondo socialista esistevano livelli diversi di rigidità: non era un sistema uniforme, ma un insieme di modelli con caratteristiche differenti.

 

Studente:
Professore, ha detto che l’Unione Sovietica era composta da più repubbliche. Può spiegare meglio questa struttura?

Prof. Dall’Aglio: 
L’Unione Sovietica era composta da 15 Repubbliche socialiste sovietiche, e questa struttura la rendeva uno Stato molto complesso e articolato. Non si trattava di una entità omogenea, ma di un insieme di territori molto diversi tra loro per cultura, lingua, geografia e tradizioni. Si può parlare infatti di un vero e proprio mosaico di realtà differenti. Tuttavia, nonostante questa grande varietà interna, il potere politico era fortemente centralizzato. Le decisioni più importanti non venivano prese nelle singole repubbliche, ma a Mosca, che rappresentava il centro politico ed economico dell’intero sistema. All’interno delle repubbliche esistevano partiti comunisti locali, ma questi non erano realmente indipendenti: erano parte di una struttura gerarchica subordinata al Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

 

Studente:
Come si è arrivati alla fine di questo sistema così complesso?

Prof. Dall’Aglio: 
La fine dell’Unione Sovietica è avvenuta in modo improvviso e non pianificato. Questo è un elemento molto importante perché distingue questa transizione da altri processi storici più graduali. Il passaggio dal socialismo al sistema post-sovietico non è stato il risultato di una riforma organizzata, ma di una dissoluzione rapida che ha avuto effetti molto forti. Dal punto di vista economico, sociale e politico, questa transizione ha provocato crisi, instabilità e difficoltà. Molte strutture statali non erano pronte a trasformarsi in sistemi democratici e di mercato in tempi così brevi. Per questo motivo si parla spesso di un processo traumatico, che ha avuto conseguenze profonde sulle società coinvolte compreso un inarrestabile calo demografico tutt’ora in corso nella maggior parte degli stati ex socialisti e un forte aumento delle disuguaglianze.

 

Studente:
Professore, ha citato la “nomenklatura”. Che ruolo ha avuto dopo la fine dell’URSS?

Prof. Dall’Aglio:
La nomenklatura era l’élite politica e amministrativa dell’Unione Sovietica, cioè il gruppo dirigente che controllava lo Stato e le principali istituzioni. Dopo la dissoluzione dell’URSS, questa élite non è scomparsa. In molti casi si è adattata al nuovo contesto politico ed economico, mantenendo ruoli di potere nei nuovi Stati indipendenti. Questo ha portato a una forte continuità di leadership tra il vecchio sistema e quello nuovo. Non si è verificata una rottura totale, ma piuttosto una trasformazione interna delle stesse classi dirigenti. In alcuni Paesi questa continuità è diventata ancora più evidente, perché gruppi familiari o politici hanno mantenuto posizioni di influenza e di poteri anche nel periodo post-sovietico.

 

Studente:
Professore, tornando al presente, perché secondo lei la NATO è stata percepita come un problema dalla Russia?

Prof. Dall’Aglio:
Dal punto di vista russo, il problema principale non è tanto l’esistenza della NATO in sé, quanto il suo progressivo allargamento verso est. Dopo la fine del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, è venuto meno quell’assetto che separava chiaramente i due blocchi della Guerra Fredda. A quel punto, la NATO ha iniziato ad accogliere nuovi Paesi dell’Europa orientale. Questo processo è stato percepito dalla Russia come uno spostamento dell’equilibrio strategico. Paesi che prima erano all’interno della sfera di influenza sovietica sono entrati in un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti. In particolare, l’eventuale ingresso di Ucraina e Georgia è stato visto come un elemento molto sensibile, perché questi Paesi si trovano direttamente ai confini russi e quindi hanno un’importanza strategica maggiore rispetto ad altri.

Carta 4: l’ampliamento ad est della Nato

 

Studente:
Quindi possiamo dire che tutto nasce da una questione di sicurezza?

Prof. Dall’Aglio:
Sì, uno degli elementi principali è proprio la percezione della sicurezza. La Russia ha interpretato l’espansione della NATO come una riduzione della propria profondità strategica. Non si tratta solo di una questione ideologica o culturale, ma di un problema geopolitico concreto: la posizione geografica dei Paesi e la loro appartenenza a un’alleanza militare modificano gli equilibri di sicurezza. Per questo motivo il tema dell’allargamento della NATO è diventato centrale nei rapporti tra Russia e Occidente, contribuendo alle tensioni che si sono sviluppate fino al conflitto attuale.

 

Note:

[1] https://www.nato.int/en/what-we-do/partnerships-and-cooperation/relations-with-ukraine

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Protocollo_di_Minsk_II

 

Costanza Thomas Diego (classe 2A AFM – ITE)




Il giorno 21 aprile la classe 2A AFM (amministrazione finanza e marketing) dell’istituto Pacinotti di Pisa ha svolto un incontro tramite il progetto Contemporanea…mente ideato dal professor Andrea Vento, con il professor Francesco Dall’aglio docente di storia dei paesi dell’Est Europa, analista militare e geopolitico, sui mutamenti avvenute nell’Europa Orientale e sulla questione Russo-Ucraina partendo da alcune domande sull’Unione Sovietica.
Studente:
Professore, può spiegare meglio quale fosse la differenza tra l’Unione Sovietica e i Paesi dell’Europa orientale durante la Guerra Fredda?
Prof. Dall’Aglio:
L’aspetto fondamentale da chiarire è che spesso si fa confusione tra Unione Sovietica e blocco socialista, ma non sono la stessa cosa.
I Paesi dell’Europa orientale – come Polonia, Cecoslovacchia, Ddr, Ungheria, Romania e Bulgaria – non facevano parte dell’Unione Sovietica, ma appartenevano a quello che veniva definito il blocco socialista. Erano Stati formalmente indipendenti, ma in realtà strettamente legati a Mosca.
Questo legame si concretizzava soprattutto attraverso il Patto di Varsavia, che era un’alleanza militare, e attraverso l’adozione dello stesso sistema economico controllato dallo Stato. Quindi non erano territori dipendenti, ma nemmeno Stati pienamente autonomi nel pieno senso del termine.
Dal punto di vista politico, la differenza principale rispetto all’Occidente era che in questi Paesi esisteva il partito unico oppure un sistema pluripartitico solo apparente. Le elezioni c’erano, ma erano a partito unico con il controllo politico nelle mani del partito comunista.
 
Studente:
E quindi questi Paesi erano completamente controllati dall’URSS?
Prof. Dall’Aglio:
Non erano formalmente parte dell’URSS, ma erano inseriti in una struttura politica e militare che li rendeva fortemente dipendenti. L’Unione Sovietica esercitava una grande influenza, soprattutto attraverso il Patto di Varsavia e attraverso il controllo ideologico del sistema socialista. Tuttavia, è importante dire che non erano semplicemente “province sovietiche”: erano Stati con una loro struttura interna, anche se molto condizionata.

Studente:
Ci sono delle eccezioni rispetto a questo modello, come Jugoslavia e Albania?
Prof. Dall’Aglio:
Sì, e sono due casi molto importanti perché mostrano che il blocco socialista non era completamente omogeneo. La Jugoslavia non faceva parte del Patto di Varsavia. Aveva un sistema socialista, ma con caratteristiche proprie: una forma più autonoma, con alcune aperture economiche e un’organizzazione meno rigida rispetto agli altri Paesi dell’Est. L’Albania, invece, rappresenta l’estremo opposto. Aveva un sistema ancora più rigido e chiuso rispetto agli altri Stati socialisti. Il controllo dello Stato era molto forte e l’isolamento internazionale era molto marcato. Quindi, anche all’interno del blocco socialista, esistevano differenze significative tra Paese e Paese.
 
Studente:
Com’era organizzata internamente l’Unione Sovietica?
Prof. Dall’Aglio:
L’Unione Sovietica era uno Stato estremamente complesso, composto da 15 Repubbliche socialiste sovietiche. Non era quindi uno Stato unitario semplice, ma una struttura federale molto articolata. All’interno di queste repubbliche esistevano ulteriori territori autonomi e una grande varietà etnica, linguistica e geografica. È per questo che si parlava di un vero e proprio “mosaico”. Tuttavia, nonostante questa complessità, il potere reale era fortemente centralizzato. Le decisioni politiche ed economiche fondamentali venivano prese a Mosca. Formalmente esistevano partiti comunisti nelle singole repubbliche, ma non erano realmente indipendenti: erano subordinati al Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
 
Studente:
Cosa è successo alle élite politiche dopo la dissoluzione dell’URSS?
Prof. Dall’Aglio:
Uno degli aspetti più importanti della transizione post-sovietica è stata la continuità delle élite politiche ed economiche. In molti casi, le persone che erano parte del sistema sovietico hanno continuato a ricoprire ruoli di potere anche nei nuovi Stati indipendenti. Questo è avvenuto perché esisteva già una struttura di comando consolidata. La cosiddetta nomenklatura, cioè l’élite amministrativa e politica del sistema sovietico, non è scomparsa, ma si è in larga parte riciclata. In alcuni casi questa continuità è molto evidente: per esempio in alcuni Stati post-sovietici si sono create vere e proprie dinastie politiche, dove i figli dei dirigenti sovietici hanno assunto ruoli di leadership.

Carta 1: i 15 stati che formavano l’Urss.
Errata corrige: i tagiki non sono un popolo di lingua turca bensì della famiglia indo-iranica.
 
Studente:
Professore, come definirebbe il passaggio dal socialismo al periodo post-sovietico?
Prof. Dall’Aglio:
Il passaggio è stato brusco, non pianificato e traumatico. Non si è trattato di una transizione graduale come in altri contesti, ma di un cambiamento improvviso che ha avuto conseguenze molto forti. Dal punto di vista economico, sociale e politico, molte strutture sono crollate rapidamente. Questo ha generato instabilità e ha reso difficile la costruzione di nuovi sistemi politici solidi.
Studente:
Arrivando al presente, perché è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina?
Prof. Dall’Aglio:
Il conflitto tra Russia e Ucraina non può essere spiegato riconducendolo ad una sola causa, ma è il risultato di una serie di fattori storici e geopolitici. Esistono certamente elementi nazionalisti e storici, perché alcuni territori hanno una lunga storia di legami con la Russia. Tuttavia, il fattore principale è la questione della sicurezza strategica. Dopo la fine dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Russia ha perso la cosiddetta “cintura di sicurezza” che la separava dall’Occidente. Questo ha modificato profondamente l’equilibrio geopolitico.

Carta 2: Nato (1949) e Patto di Varsavia (1955)
 
Studente:
In che modo la NATO ha influito su questa situazione?
Prof. Dall’Aglio: 
Dal punto di vista russo, l’allargamento della NATO verso est è stato percepito come un elemento fortemente critico. Paesi come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca sono entrati nella NATO nel 1999, seguiti da altri nel 2004. Questo ha progressivamente avvicinato l’alleanza ai confini russi. Il punto più delicato è stato l’avvicinamento di Ucraina e Georgia, due Paesi strategicamente molto importanti per la Russia perché si trovano direttamente ai suoi confini. Dal punto di vista russo, questo processo è stato interpretato come una minaccia alla propria sicurezza nazionale.
 
Studente:
Si sarebbe potuto evitare il conflitto in Ucraina con strumenti politici come referendum o accordi?
Prof. Dall’Aglio:
È una domanda molto complessa. Oggi, a distanza di decenni dalla fine dell’Unione Sovietica, le dinamiche geopolitiche sono diventate estremamente stratificate. Non si tratta più solo di scelte politiche immediate, ma di equilibri internazionali costruiti nel tempo. Per questo motivo, soluzioni semplici come referendum non sono realistiche in un contesto così complesso. Diverso il discorso per quanto riguarda eventuali accordi che peraltro erano già stati raggiunti nella prima fase del conflitto. Gli Accordi di Minsk I del settembre 2014 e di Minsk II del febbraio 2015 potevano costituire degli strumenti per conseguire una risoluzione negoziata del conflitto ma come ha dichiarato l’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, all’epoca parte del Quartetto che aveva sottoscritto l’accordo insieme a Russia, Ucraina e Francia, ne ha rivelato i veri obiettivi in una intervista alla rivista Die Zeit nel dicembre 2022. Merkel ha infatti affermato che gli accordi di Minsk non erano un tentativo di stabilire una pace in Ucraina ma che avevano lo scopo “di dare tempo all’Ucraina” di ricostruire il suo esercito. Non è infatti un caso che la Nato è entrata in pianta stabile in Ucraina sin dal 2014 come ha dichiarato il segretario generale della Nato dell’epoca Jens Stoltemberg[1]. Le dichiarazioni di Angela Merkel sono state confermate nel 2023 dall’ex presidente francese Francois Hollande, anch’egli parte del processo negoziale di Minsk[2].
 
Studente:
In conclusione, qual è la chiave per capire tutto questo periodo storico?
Prof. Dall’Aglio:
La chiave è capire che non esiste una separazione netta e semplice tra Est e Ovest, ma un insieme di sistemi politici, economici e strategici in continua evoluzione. Dalla Guerra Fredda alla dissoluzione dell’URSS fino alle tensioni attuali, tutto è collegato da un elemento centrale: il problema dell’equilibrio di sicurezza tra potenze.

Carta 3: la struttura federale della Jugoslavia composta da 6 stati e due regioni autonome interne alla Serbia: Vojvodina a maggioranza ungherese e Kosovo a maggioranza albanese
 
Studente:
Professore, può spiegare meglio cos’era la Jugoslavia e in cosa si differenziava dagli altri Paesi socialisti?
Prof. Dall’Aglio:
La Jugoslavia è un caso particolare all’interno del mondo socialista perché pur essendo uno Stato socialista con partito unico non rientrava nel Patto di Varsavia e non seguiva completamente il modello sovietico. Pur essendo uno Stato socialista con partito unico. Dopo la rottura tra Josip Broz “Tito” e Joseph Stalin nel 1948, il Paese iniziò a prendere decisioni in modo autonomo, senza essere subordinato a Mosca. Questo significava che, a differenza degli altri Paesi dell’Europa orientale, la Jugoslavia non doveva adeguarsi alle direttive sovietiche né sul piano politico né su quello economico. Rimaneva comunque un sistema socialista, quindi non era una democrazia liberale: il potere era concentrato in un unico partito e non esisteva un vero pluralismo politico. Tuttavia, rispetto agli altri Stati del blocco socialista, il controllo dello Stato era meno rigido e centralizzato. L’economia, ad esempio, non era gestita interamente dallo stato come nell’Unione Sovietica, ma prevedeva forme di autogestione delle imprese, che lasciavano più spazio alle decisioni locali. Anche sul piano sociale e dei rapporti con l’estero, la Jugoslavia era più aperta: i cittadini avevano maggiori possibilità di viaggiare e il Paese manteneva relazioni sia con il blocco occidentale sia con quello socialista. Per questo si parla di una “via intermedia”: non era un sistema come quelli occidentali, ma nemmeno rigidamente controllato e dipendente da Mosca come gli altri Paesi dell’Europa orientale. Era, in sostanza, un modello socialista autonomo, con caratteristiche proprie. Inoltre, rispetto ad altri Paesi, la Jugoslavia aveva introdotto alcune aperture economiche e una gestione meno centralizzata rispetto al modello sovietico classico. Questo la rendeva un caso unico nel panorama socialista, con una propria identità politica e organizzativa.
 
Studente:
E invece l’Albania che tipo di sistema aveva?
Prof. Dall’Aglio:
L’Albania rappresentava l’estremo opposto rispetto alla Jugoslavia. Se la Jugoslavia aveva una certa autonomia e alcune aperture, l’Albania invece aveva un sistema molto più rigido e chiuso. Il controllo dello Stato era estremamente forte e il partito unico dominava completamente la vita politica, economica e sociale. Anche rispetto agli altri Paesi del blocco socialista, l’Albania risultava più isolata in politica estera. In questo senso, si può dire che nel mondo socialista esistevano livelli diversi di rigidità: non era un sistema uniforme, ma un insieme di modelli con caratteristiche differenti.
 
Studente:
Professore, ha detto che l’Unione Sovietica era composta da più repubbliche. Può spiegare meglio questa struttura?
Prof. Dall’Aglio: 
L’Unione Sovietica era composta da 15 Repubbliche socialiste sovietiche, e questa struttura la rendeva uno Stato molto complesso e articolato. Non si trattava di una entità omogenea, ma di un insieme di territori molto diversi tra loro per cultura, lingua, geografia e tradizioni. Si può parlare infatti di un vero e proprio mosaico di realtà differenti. Tuttavia, nonostante questa grande varietà interna, il potere politico era fortemente centralizzato. Le decisioni più importanti non venivano prese nelle singole repubbliche, ma a Mosca, che rappresentava il centro politico ed economico dell’intero sistema. All’interno delle repubbliche esistevano partiti comunisti locali, ma questi non erano realmente indipendenti: erano parte di una struttura gerarchica subordinata al Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
 
Studente:
Come si è arrivati alla fine di questo sistema così complesso?
Prof. Dall’Aglio: 
La fine dell’Unione Sovietica è avvenuta in modo improvviso e non pianificato. Questo è un elemento molto importante perché distingue questa transizione da altri processi storici più graduali. Il passaggio dal socialismo al sistema post-sovietico non è stato il risultato di una riforma organizzata, ma di una dissoluzione rapida che ha avuto effetti molto forti. Dal punto di vista economico, sociale e politico, questa transizione ha provocato crisi, instabilità e difficoltà. Molte strutture statali non erano pronte a trasformarsi in sistemi democratici e di mercato in tempi così brevi. Per questo motivo si parla spesso di un processo traumatico, che ha avuto conseguenze profonde sulle società coinvolte compreso un inarrestabile calo demografico tutt’ora in corso nella maggior parte degli stati ex socialisti e un forte aumento delle disuguaglianze.
 
Studente:
Professore, ha citato la “nomenklatura”. Che ruolo ha avuto dopo la fine dell’URSS?
Prof. Dall’Aglio:
La nomenklatura era l’élite politica e amministrativa dell’Unione Sovietica, cioè il gruppo dirigente che controllava lo Stato e le principali istituzioni. Dopo la dissoluzione dell’URSS, questa élite non è scomparsa. In molti casi si è adattata al nuovo contesto politico ed economico, mantenendo ruoli di potere nei nuovi Stati indipendenti. Questo ha portato a una forte continuità di leadership tra il vecchio sistema e quello nuovo. Non si è verificata una rottura totale, ma piuttosto una trasformazione interna delle stesse classi dirigenti. In alcuni Paesi questa continuità è diventata ancora più evidente, perché gruppi familiari o politici hanno mantenuto posizioni di influenza e di poteri anche nel periodo post-sovietico.
 
Studente:
Professore, tornando al presente, perché secondo lei la NATO è stata percepita come un problema dalla Russia?
Prof. Dall’Aglio:
Dal punto di vista russo, il problema principale non è tanto l’esistenza della NATO in sé, quanto il suo progressivo allargamento verso est. Dopo la fine del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, è venuto meno quell’assetto che separava chiaramente i due blocchi della Guerra Fredda. A quel punto, la NATO ha iniziato ad accogliere nuovi Paesi dell’Europa orientale. Questo processo è stato percepito dalla Russia come uno spostamento dell’equilibrio strategico. Paesi che prima erano all’interno della sfera di influenza sovietica sono entrati in un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti. In particolare, l’eventuale ingresso di Ucraina e Georgia è stato visto come un elemento molto sensibile, perché questi Paesi si trovano direttamente ai confini russi e quindi hanno un’importanza strategica maggiore rispetto ad altri.

Carta 4: l’ampliamento ad est della Nato
 
Studente:
Quindi possiamo dire che tutto nasce da una questione di sicurezza?
Prof. Dall’Aglio:
Sì, uno degli elementi principali è proprio la percezione della sicurezza. La Russia ha interpretato l’espansione della NATO come una riduzione della propria profondità strategica. Non si tratta solo di una questione ideologica o culturale, ma di un problema geopolitico concreto: la posizione geografica dei Paesi e la loro appartenenza a un’alleanza militare modificano gli equilibri di sicurezza. Per questo motivo il tema dell’allargamento della NATO è diventato centrale nei rapporti tra Russia e Occidente, contribuendo alle tensioni che si sono sviluppate fino al conflitto attuale.
 
Note:
[1] https://www.nato.int/en/what-we-do/partnerships-and-cooperation/relations-with-ukraine
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Protocollo_di_Minsk_II
 
Costanza Thomas Diego (classe 2A AFM – ITE)

Il giorno 21 aprile la classe 2A AFM (amministrazione finanza e marketing) dell’istituto Pacinotti di Pisa ha svolto un incontro tramite il progetto Contemporanea…mente ideato dal professor Andrea Vento, con il professor Francesco Dall’aglio docente di storia dei paesi dell’Est Europa, analista militare e geopolitico, sui mutamenti avvenute nell’Europa Orientale e sulla questione Russo-Ucraina partendo da alcune domande sull’Unione Sovietica.

Studente:
Professore, può spiegare meglio quale fosse la differenza tra l’Unione Sovietica e i Paesi dell’Europa orientale durante la Guerra Fredda?

Prof. Dall’Aglio:
L’aspetto fondamentale da chiarire è che spesso si fa confusione tra Unione Sovietica e blocco socialista, ma non sono la stessa cosa.

I Paesi dell’Europa orientale – come Polonia, Cecoslovacchia, Ddr, Ungheria, Romania e Bulgaria – non facevano parte dell’Unione Sovietica, ma appartenevano a quello che veniva definito il blocco socialista. Erano Stati formalmente indipendenti, ma in realtà strettamente legati a Mosca.

Questo legame si concretizzava soprattutto attraverso il Patto di Varsavia, che era un’alleanza militare, e attraverso l’adozione dello stesso sistema economico controllato dallo Stato. Quindi non erano territori dipendenti, ma nemmeno Stati pienamente autonomi nel pieno senso del termine.

Dal punto di vista politico, la differenza principale rispetto all’Occidente era che in questi Paesi esisteva il partito unico oppure un sistema pluripartitico solo apparente. Le elezioni c’erano, ma erano a partito unico con il controllo politico nelle mani del partito comunista.

 

Studente:
E quindi questi Paesi erano completamente controllati dall’URSS?

Prof. Dall’Aglio:
Non erano formalmente parte dell’URSS, ma erano inseriti in una struttura politica e militare che li rendeva fortemente dipendenti. L’Unione Sovietica esercitava una grande influenza, soprattutto attraverso il Patto di Varsavia e attraverso il controllo ideologico del sistema socialista. Tuttavia, è importante dire che non erano semplicemente “province sovietiche”: erano Stati con una loro struttura interna, anche se molto condizionata.

 

Studente:
Ci sono delle eccezioni rispetto a questo modello, come Jugoslavia e Albania?

Prof. Dall’Aglio:
Sì, e sono due casi molto importanti perché mostrano che il blocco socialista non era completamente omogeneo. La Jugoslavia non faceva parte del Patto di Varsavia. Aveva un sistema socialista, ma con caratteristiche proprie: una forma più autonoma, con alcune aperture economiche e un’organizzazione meno rigida rispetto agli altri Paesi dell’Est. L’Albania, invece, rappresenta l’estremo opposto. Aveva un sistema ancora più rigido e chiuso rispetto agli altri Stati socialisti. Il controllo dello Stato era molto forte e l’isolamento internazionale era molto marcato. Quindi, anche all’interno del blocco socialista, esistevano differenze significative tra Paese e Paese.

 

Studente:
Com’era organizzata internamente l’Unione Sovietica?

Prof. Dall’Aglio:
L’Unione Sovietica era uno Stato estremamente complesso, composto da 15 Repubbliche socialiste sovietiche. Non era quindi uno Stato unitario semplice, ma una struttura federale molto articolata. All’interno di queste repubbliche esistevano ulteriori territori autonomi e una grande varietà etnica, linguistica e geografica. È per questo che si parlava di un vero e proprio “mosaico”. Tuttavia, nonostante questa complessità, il potere reale era fortemente centralizzato. Le decisioni politiche ed economiche fondamentali venivano prese a Mosca. Formalmente esistevano partiti comunisti nelle singole repubbliche, ma non erano realmente indipendenti: erano subordinati al Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

 

Studente:
Cosa è successo alle élite politiche dopo la dissoluzione dell’URSS?

Prof. Dall’Aglio:
Uno degli aspetti più importanti della transizione post-sovietica è stata la continuità delle élite politiche ed economiche. In molti casi, le persone che erano parte del sistema sovietico hanno continuato a ricoprire ruoli di potere anche nei nuovi Stati indipendenti. Questo è avvenuto perché esisteva già una struttura di comando consolidata. La cosiddetta nomenklatura, cioè l’élite amministrativa e politica del sistema sovietico, non è scomparsa, ma si è in larga parte riciclata. In alcuni casi questa continuità è molto evidente: per esempio in alcuni Stati post-sovietici si sono create vere e proprie dinastie politiche, dove i figli dei dirigenti sovietici hanno assunto ruoli di leadership.

Carta 1: i 15 stati che formavano l’Urss.

Errata corrige: i tagiki non sono un popolo di lingua turca bensì della famiglia indo-iranica.

 

Studente:
Professore, come definirebbe il passaggio dal socialismo al periodo post-sovietico?

Prof. Dall’Aglio:
Il passaggio è stato brusco, non pianificato e traumatico. Non si è trattato di una transizione graduale come in altri contesti, ma di un cambiamento improvviso che ha avuto conseguenze molto forti. Dal punto di vista economico, sociale e politico, molte strutture sono crollate rapidamente. Questo ha generato instabilità e ha reso difficile la costruzione di nuovi sistemi politici solidi.

Studente:

Arrivando al presente, perché è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina?

Prof. Dall’Aglio:

Il conflitto tra Russia e Ucraina non può essere spiegato riconducendolo ad una sola causa, ma è il risultato di una serie di fattori storici e geopolitici. Esistono certamente elementi nazionalisti e storici, perché alcuni territori hanno una lunga storia di legami con la Russia. Tuttavia, il fattore principale è la questione della sicurezza strategica. Dopo la fine dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Russia ha perso la cosiddetta “cintura di sicurezza” che la separava dall’Occidente. Questo ha modificato profondamente l’equilibrio geopolitico.

Carta 2: Nato (1949) e Patto di Varsavia (1955)

 

Studente:
In che modo la NATO ha influito su questa situazione?

Prof. Dall’Aglio: 
Dal punto di vista russo, l’allargamento della NATO verso est è stato percepito come un elemento fortemente critico. Paesi come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca sono entrati nella NATO nel 1999, seguiti da altri nel 2004. Questo ha progressivamente avvicinato l’alleanza ai confini russi. Il punto più delicato è stato l’avvicinamento di Ucraina e Georgia, due Paesi strategicamente molto importanti per la Russia perché si trovano direttamente ai suoi confini. Dal punto di vista russo, questo processo è stato interpretato come una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

 

Studente:
Si sarebbe potuto evitare il conflitto in Ucraina con strumenti politici come referendum o accordi?

Prof. Dall’Aglio:
È una domanda molto complessa. Oggi, a distanza di decenni dalla fine dell’Unione Sovietica, le dinamiche geopolitiche sono diventate estremamente stratificate. Non si tratta più solo di scelte politiche immediate, ma di equilibri internazionali costruiti nel tempo. Per questo motivo, soluzioni semplici come referendum non sono realistiche in un contesto così complesso. Diverso il discorso per quanto riguarda eventuali accordi che peraltro erano già stati raggiunti nella prima fase del conflitto. Gli Accordi di Minsk I del settembre 2014 e di Minsk II del febbraio 2015 potevano costituire degli strumenti per conseguire una risoluzione negoziata del conflitto ma come ha dichiarato l’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, all’epoca parte del Quartetto che aveva sottoscritto l’accordo insieme a Russia, Ucraina e Francia, ne ha rivelato i veri obiettivi in una intervista alla rivista Die Zeit nel dicembre 2022. Merkel ha infatti affermato che gli accordi di Minsk non erano un tentativo di stabilire una pace in Ucraina ma che avevano lo scopo “di dare tempo all’Ucraina” di ricostruire il suo esercito. Non è infatti un caso che la Nato è entrata in pianta stabile in Ucraina sin dal 2014 come ha dichiarato il segretario generale della Nato dell’epoca Jens Stoltemberg[1]. Le dichiarazioni di Angela Merkel sono state confermate nel 2023 dall’ex presidente francese Francois Hollande, anch’egli parte del processo negoziale di Minsk[2].

 

Studente:
In conclusione, qual è la chiave per capire tutto questo periodo storico?

Prof. Dall’Aglio:
La chiave è capire che non esiste una separazione netta e semplice tra Est e Ovest, ma un insieme di sistemi politici, economici e strategici in continua evoluzione. Dalla Guerra Fredda alla dissoluzione dell’URSS fino alle tensioni attuali, tutto è collegato da un elemento centrale: il problema dell’equilibrio di sicurezza tra potenze.

Carta 3: la struttura federale della Jugoslavia composta da 6 stati e due regioni autonome interne alla Serbia: Vojvodina a maggioranza ungherese e Kosovo a maggioranza albanese

 

Studente:
Professore, può spiegare meglio cos’era la Jugoslavia e in cosa si differenziava dagli altri Paesi socialisti?

Prof. Dall’Aglio:
La Jugoslavia è un caso particolare all’interno del mondo socialista perché pur essendo uno Stato socialista con partito unico non rientrava nel Patto di Varsavia e non seguiva completamente il modello sovietico. Pur essendo uno Stato socialista con partito unico. Dopo la rottura tra Josip Broz “Tito” e Joseph Stalin nel 1948, il Paese iniziò a prendere decisioni in modo autonomo, senza essere subordinato a Mosca. Questo significava che, a differenza degli altri Paesi dell’Europa orientale, la Jugoslavia non doveva adeguarsi alle direttive sovietiche né sul piano politico né su quello economico. Rimaneva comunque un sistema socialista, quindi non era una democrazia liberale: il potere era concentrato in un unico partito e non esisteva un vero pluralismo politico. Tuttavia, rispetto agli altri Stati del blocco socialista, il controllo dello Stato era meno rigido e centralizzato. L’economia, ad esempio, non era gestita interamente dallo stato come nell’Unione Sovietica, ma prevedeva forme di autogestione delle imprese, che lasciavano più spazio alle decisioni locali. Anche sul piano sociale e dei rapporti con l’estero, la Jugoslavia era più aperta: i cittadini avevano maggiori possibilità di viaggiare e il Paese manteneva relazioni sia con il blocco occidentale sia con quello socialista. Per questo si parla di una “via intermedia”: non era un sistema come quelli occidentali, ma nemmeno rigidamente controllato e dipendente da Mosca come gli altri Paesi dell’Europa orientale. Era, in sostanza, un modello socialista autonomo, con caratteristiche proprie. Inoltre, rispetto ad altri Paesi, la Jugoslavia aveva introdotto alcune aperture economiche e una gestione meno centralizzata rispetto al modello sovietico classico. Questo la rendeva un caso unico nel panorama socialista, con una propria identità politica e organizzativa.

 

Studente:
E invece l’Albania che tipo di sistema aveva?

Prof. Dall’Aglio:
L’Albania rappresentava l’estremo opposto rispetto alla Jugoslavia. Se la Jugoslavia aveva una certa autonomia e alcune aperture, l’Albania invece aveva un sistema molto più rigido e chiuso. Il controllo dello Stato era estremamente forte e il partito unico dominava completamente la vita politica, economica e sociale. Anche rispetto agli altri Paesi del blocco socialista, l’Albania risultava più isolata in politica estera. In questo senso, si può dire che nel mondo socialista esistevano livelli diversi di rigidità: non era un sistema uniforme, ma un insieme di modelli con caratteristiche differenti.

 

Studente:
Professore, ha detto che l’Unione Sovietica era composta da più repubbliche. Può spiegare meglio questa struttura?

Prof. Dall’Aglio: 
L’Unione Sovietica era composta da 15 Repubbliche socialiste sovietiche, e questa struttura la rendeva uno Stato molto complesso e articolato. Non si trattava di una entità omogenea, ma di un insieme di territori molto diversi tra loro per cultura, lingua, geografia e tradizioni. Si può parlare infatti di un vero e proprio mosaico di realtà differenti. Tuttavia, nonostante questa grande varietà interna, il potere politico era fortemente centralizzato. Le decisioni più importanti non venivano prese nelle singole repubbliche, ma a Mosca, che rappresentava il centro politico ed economico dell’intero sistema. All’interno delle repubbliche esistevano partiti comunisti locali, ma questi non erano realmente indipendenti: erano parte di una struttura gerarchica subordinata al Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

 

Studente:
Come si è arrivati alla fine di questo sistema così complesso?

Prof. Dall’Aglio: 
La fine dell’Unione Sovietica è avvenuta in modo improvviso e non pianificato. Questo è un elemento molto importante perché distingue questa transizione da altri processi storici più graduali. Il passaggio dal socialismo al sistema post-sovietico non è stato il risultato di una riforma organizzata, ma di una dissoluzione rapida che ha avuto effetti molto forti. Dal punto di vista economico, sociale e politico, questa transizione ha provocato crisi, instabilità e difficoltà. Molte strutture statali non erano pronte a trasformarsi in sistemi democratici e di mercato in tempi così brevi. Per questo motivo si parla spesso di un processo traumatico, che ha avuto conseguenze profonde sulle società coinvolte compreso un inarrestabile calo demografico tutt’ora in corso nella maggior parte degli stati ex socialisti e un forte aumento delle disuguaglianze.

 

Studente:
Professore, ha citato la “nomenklatura”. Che ruolo ha avuto dopo la fine dell’URSS?

Prof. Dall’Aglio:
La nomenklatura era l’élite politica e amministrativa dell’Unione Sovietica, cioè il gruppo dirigente che controllava lo Stato e le principali istituzioni. Dopo la dissoluzione dell’URSS, questa élite non è scomparsa. In molti casi si è adattata al nuovo contesto politico ed economico, mantenendo ruoli di potere nei nuovi Stati indipendenti. Questo ha portato a una forte continuità di leadership tra il vecchio sistema e quello nuovo. Non si è verificata una rottura totale, ma piuttosto una trasformazione interna delle stesse classi dirigenti. In alcuni Paesi questa continuità è diventata ancora più evidente, perché gruppi familiari o politici hanno mantenuto posizioni di influenza e di poteri anche nel periodo post-sovietico.

 

Studente:
Professore, tornando al presente, perché secondo lei la NATO è stata percepita come un problema dalla Russia?

Prof. Dall’Aglio:
Dal punto di vista russo, il problema principale non è tanto l’esistenza della NATO in sé, quanto il suo progressivo allargamento verso est. Dopo la fine del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, è venuto meno quell’assetto che separava chiaramente i due blocchi della Guerra Fredda. A quel punto, la NATO ha iniziato ad accogliere nuovi Paesi dell’Europa orientale. Questo processo è stato percepito dalla Russia come uno spostamento dell’equilibrio strategico. Paesi che prima erano all’interno della sfera di influenza sovietica sono entrati in un’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti. In particolare, l’eventuale ingresso di Ucraina e Georgia è stato visto come un elemento molto sensibile, perché questi Paesi si trovano direttamente ai confini russi e quindi hanno un’importanza strategica maggiore rispetto ad altri.

Carta 4: l’ampliamento ad est della Nato

 

Studente:
Quindi possiamo dire che tutto nasce da una questione di sicurezza?

Prof. Dall’Aglio:
Sì, uno degli elementi principali è proprio la percezione della sicurezza. La Russia ha interpretato l’espansione della NATO come una riduzione della propria profondità strategica. Non si tratta solo di una questione ideologica o culturale, ma di un problema geopolitico concreto: la posizione geografica dei Paesi e la loro appartenenza a un’alleanza militare modificano gli equilibri di sicurezza. Per questo motivo il tema dell’allargamento della NATO è diventato centrale nei rapporti tra Russia e Occidente, contribuendo alle tensioni che si sono sviluppate fino al conflitto attuale.

 

Note:

[1] https://www.nato.int/en/what-we-do/partnerships-and-cooperation/relations-with-ukraine

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Protocollo_di_Minsk_II

 

Costanza Thomas Diego (classe 2A AFM – ITE)

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