Quando, tempo fa, Park Chan-wook scelse di riproporre il classico del regista Costa-Gavras, era sicuramente cosciente di rischiare di non raggiungere il livello del suo predecessore. Ciononostante, il frutto di anni di progettazione è una pellicola perfettamente equilibrata e funzionante, che mostra in maniera dissacrante il lato nascosto della Corea “buona”.
In “No Other Choice, non c’è altra scelta” la storia è incentrata sulle azioni di un uomo, Yoo Man-soo (interpretato dalla talentuosa star di “Squid Game” Lee Byung-hun), che viene licenziato dalla società cartaria presso cui lavora, nella quale ricopre un ruolo di grande importanza, in seguito a un cambio di proprietà. Lui e la sua famiglia si troveranno dunque a far fronte a ingenti problemi finanziari, che li costringeranno a fare importanti rinunce (tra cui, ad esempio, i due cani) e a rischiare di perdere la propria casa. Devastato dalla mancanza di occupazione, Man-soo scivola lentamente in uno stato di follia risolutiva, che lo porterà a spingersi all’estremo livello della competitività lavorativa, perseguendo un obiettivo ben preciso con crescente freddezza e precisione: eliminare tutti i pretendenti al posto di lavoro da lui ambito.
Quelle azioni, che sembrano essere una rottura rispetto agli schemi tipici di una società capitalista come quella coreana, sono in realtà una feroce critica agli standard lavorativi generati da questo sistema. Man-soo è infatti l’estremizzazione della tossica cultura del lavoro coreana, che demonizza l’inattività e glorifica la competizione. Se, in condizioni normali, l’obiettivo dell’uomo (nel senso di essere umano) è vincere la corsa a un posto di lavoro che possa dare apparente soddisfazione, in questo film è l’eliminazione della competizione stessa per ottenerlo.
La vera bravura di Park Chan-wook è da individuare, però, nell’abilità di aver travestito questa pellicola da commedia dalle tinte dark, dato che a più riprese capiterà di farsi sfuggire una risata. Il finale dolceamaro riporta però lo spettatore alla realtà, tirando in ballo un ulteriore fattore che forse si era dimenticato di considerare all’inizio. Stupisce ancora come questa pellicola non abbia ricevuto alcuna nomination agli Oscar di quest’anno, vista anche la bravura del regista nel rappresentare, oltre che il protagonista, gli stereotipi dei lavoratori coreani, identificati anche loro come uomini disperati a causa della mancanza di lavoro. Poco altro da dire, un grande film che non ha deluso.
Andrea Campanelli (classe 4A – liceo classico)

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