L’8 febbraio si sono tenute in Giappone le elezioni parlamentari, indette dalla prima ministra Sanae Takaichi del partito conservatore PLD (Partito Liberal Democratico) con lo scopo di aumentare i seggi del partito nel parlamento e garantire stabilità. Per molti questa era un’elezione che poteva segnare la fine del dominio del PLD, il partito che ha guidato il Giappone per la maggior parte del dopoguerra ed è anche stato macchiato molte volte da scandali. L’elezione però ha portato, sorprendentemente, ad una vittoria netta proprio del PLD su tutti gli altri partiti, vincendo con 316 seggi, ben 125 in più rispetto alle elezioni precedenti. D’altro canto, è stata invece un’elezione fallimentare per i centristi, con l’opposizione ACR (Alleanza Centrista Riformista) che è stata ridotta a soli 49 seggi perdendone ben 123. La situazione è ancora peggiore se si guarda a sinistra, con il PCG (Partito Comunista Giapponese) che passa da 8 seggi a 4 e Reiwa, che rappresenta la sinistra moderata, che a sua volta di 8 seggi ne mantiene solo 1.
A destra la situazione è diversa, perché mentre partiti di destra più moderati come Ishin o il PDP (Partito Democratico per il Popolo) hanno mantenuto i propri seggi, producendo un risultato neutro, un partito di spicco nazionalista e ancora più a destra del PLD di nome Sanseitō ha aumentato i propri seggi da 2 a 15. Questi risultati sono un colpo al cuore per i progressisti Giapponesi, con le leadership dei vari partiti perdenti completamente in confusione, tanto che i leader dell’ACR hanno già dato le loro dimissioni. I conservatori e i nazionalisti invece sono inorgogliti da questa vittoria, dato che sembra confermare che il popolo supporti la linea più dura presa dalla prima ministra.
Il problema maggiore riscontrato dalla sinistra pare essere che anche i Giapponesi sembrano non approvare le politiche intraprese dai partiti di sinistra. A non convincere sono soprattutto le questioni sul riarmo contro la Cina, un tema largamente ignorato dai partiti di stampo progressista non tanto per supporto alla Cina stessa ma per la loro generica contrarietà alla guerra. Inoltre, una parte della sinistra più radicale si sente alienata nella politica di sinistra giapponese, dato che i partiti di sinistra seguono una linea politica molto occidentale ed al tempo stesso anche il PCG si è moderato, abbandonando il pensiero di uno stato socialista e preferendo una “rivoluzione democratica” senza conflitti. Questo se da un lato lo ha reso definitivamente più accettabile per la società, dall’altro ha allontanato di fatto le frange più estreme che non si rispecchiano più nel partito. Mentre la destra estrema ha un partito come Sanseitō da poter votare se il PDL viene considerato troppo moderato, l’estrema sinistra, al contrario, non riesce a trovare un partito che rispecchi le proprie idee e perciò perde significativamente voti, che si riversano probabilmente a destra. Fatto sta, che oggi circa il 75% del parlamento è in mano al PLD e ora Takaichi ha tutto il potere e la maggioranza utile per poter anche modificare la costituzione. Rimane da vedere come ed in che modo il Giappone, spinto da questa ondata di destra, affronterà l’eterno conflitto con il drago dell’oriente.
Alberto Froli (classe 4E – liceo classico)

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