Capacità di fare ciò che si vuole finché non si grava sugli altri” è una definizione di libertà ricorrente ma così diluita da non chiarire cosa effettivamente si sarebbe liberi di fare; se concordiamo che si tratti di appagare bisogni e desideri come meglio si preferisce, occorre notare che solo i bisogni più bassi — quelli fisiologici necessari all’omeostasi del corpo, come fame, sete e sonno — sono realmente individuali. Come mostra la Piramide dei Bisogni di Maslow, tutti gli altri livelli si realizzano esclusivamente in dimensione comunitaria: moralità, intimità, creatività, occupazione e accettazione.
Si può allora affermare che libertà significhi essere capaci di contribuire alla propria comunità nel modo che si preferisce. Se questa è la libertà, risulta evidente come oggi non siamo liberi: non possiamo contribuire secondo i nostri termini e alle nostre condizioni.
Siamo piuttosto costretti a operare negli ambiti in cui la società manifesta maggiore necessità, all’interno di un regime di scarsità che rende impraticabile il principio “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni”. La condizione che più si avvicina all’assenza di scarsità è lo Stato di Natura. Ivi le attività di sussistenza, decise dall’individuo in base allo stato fisico e mentale grazie a una strettissima solidarietà, sono svolte in modo non continuativo. Studi antropologici su cacciatori-raccoglitori nel Deserto del Kalahari mostrano come tali attività occupino 2,5-5 ore giornaliere, e ciò in un deserto, figuriamoci in un ambiente più favorevole!
Perché abbiamo abbandonato una simile condizione? Come osserva Rousseau, lo Stato di Natura non era stabile: la scarsità poteva emergere improvvisamente in situazioni di rischio, imponendo un passaggio temporaneo dall’abbondanza alla scarsità. È in questi momenti di crisi che l’accumulo diventa una necessità per la gestione del rischio.
Nella mitologia cinese Yu “l’Ingegnere”, dopo aver mitigato le alluvioni con opere di canalizzazione, mantenne il potere anche oltre l’emergenza, legittimando accumulo e disuguaglianza come strumenti di prevenzione, divenendo primo imperatore e segnando la nascita di una società caratterizzata da scarsità gestita. Avevamo barattato abbondanza per sicurezza, ma oggi questo scambio sta perdendo senso. Produciamo cibo per dieci miliardi di persone eppure la fame persiste: una scarsità artificiale generata dalle disparità. Con il raffinamento della tecnica e l’automazione della produzione questa contraddizione non potrà che esplodere, rendendo superfluo ogni accumulo. In un futuro vicino o lontano, ma realizzabile, contribuire alla società potrà tornare volontario e orientato all’appagamento dei bisogni più alti della scala di Maslo.
Emanuele Poli (classe 4A – liceo classico)

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