…Ne se mettre à genoux que pour cueillir une fleur…
(Jacques Brel)
Domenica 12 novembre, in occasione del Pisa Book Festival 2017, in Sala Azzurra (ore 18:00) verrà presentato “un libro pisano”. Una antologia di racconti, tutti ambientati a Pisa e tutti scritti da pisani: “Maledetti pisani – storie di sommersi e di dannati all’ombra della torre”, titolo familiare nel suo richiamo al quel “Maledetti toscani” di Curzio Malaparte e al libro di Primo Levi, “I sommersi e i salvati”.

Ecco a voi una piccola anteprima.
Le storie raccontate nel libro sono “vere” o di fantasia, ma tutte si svolgono nella nostra città; raccontano Pisa da dentro, non per promuoverla o per descriverla ma per farne il luogo dove i fatti trovano lo spazio e la ragione. Gli accadimenti, le storie piccole e grandi, trovano sempre nei luoghi in cui si svolgono un elemento che le caratterizza e le condiziona, permeandole e intridendole della geografia del luogo, che vuol dire cultura, usanze e tradizioni. I racconti pisani che danno vita ci lasciano vedere la nostra città, leggendo.
Nel rievocare la maledizione nelle sue diverse sfumature, le storie si annunciano “forti”; negli accadimenti specifici, nel racconto delle azioni e dei pensieri dei personaggi è possibile sentire lo spirito della città e l’anima collettiva dei suoi abitanti.

Maledetti pisani? Chissà… certo è che la storia così antica della città con il suo popolo di guerrieri, scienziati e navigatori e la storia a noi più vicina, così complessa e importante per il nostro stesso Paese rendono la lettura di queste storie un’occasione da non perdere. E Sul mare i muri non si fanno di Dario Danti, professore di storia e filosofia nel nostro Liceo, me ne ha dato la conferma.
Sul mare i muri non si fanno è una “storia politica” che finisce per toccare le corde del ricordo, del rimpianto e del rammarico. Dario Danti racconta la Pisa dell’impegno sociale e politico degli anni ‘70 e, con la sensibilità di chi ha ascoltato, letto, studiato e riflettuto, tira le somme di un momento storico difficile, maledicendo la deriva della violenza e salvando l’importanza dell’impegno sociale.
Ecco cosa il professor Danti ha gentilmente risposto alle mie domande.
Da cosa è stata dettata la scelta del tema del suo racconto?
Prof. Danti – Il racconto è un fatto realmente accaduto che riguarda la vita di un uomo che ha vissuto la storia narrata. La veridicità di quel che si legge è facilmente percepibile nella suggestione delle parole e nella concretezza dei fatti narrati che appartengono agli Anni ’70 di piombo che anche a Pisa si sono tradotti in numerosi episodi di ribellione sociale e hanno coinvolto molti giovani politicamente impegnati.
E’ più facile scrivere di fantasia riagganciandosi a elementi reali (nel caso del libro l’ambientazione) o romanzare fatti che sono effettivamente accaduti?
Prof. Danti – A mio avviso, ancorare lo scrivere a fatti reali e concreti rende l’elaborazione della storia più appagante perché consente di “romanzare” e chiarire e commentare fatti di cui è possibile riscontrare la veridicità. Il racconto che non è di mera fantasia, riguarda un’esperienza di vita concreta che rende perciò più prezioso il suo significato complessivo, che è quello del ripudio della violenza come strumento di lotta sociale.
Nel suo racconto c’è la lotta armata come strumento di emancipazione e liberazione, ma c’è anche il riferimento alla “disciplina” nei gruppi, alle regole di comportamento. Quindi, ci si emancipa e ci si libera sostituendo alle regole vigenti, altre regole?
Prof. Danti – Le regole sono importanti e necessarie per dare “ordine” alle azioni, anche a quelle rivoluzionarie, che possono rompere gli equilibri solo se sono esse stesse ordinate in termini di obiettivi e di modalità e strumenti per raggiungerli.
La differenza tra le regole dello Stato che Dante Cianci e i gli altri brigatisti volevano cambiare e quelle che presidiavano i gruppi di lotta sta in una parola: la condivisione. E’ nella condivisione vera e difusa che le regole della rivoluzione e della lotta trovano la loro forza e la loro differenza rispetto a quelle imposte unilateralmente dallo Stato.
Le regole dei gruppi di lotta devono immaginarsi dinamiche e in continua evoluzione così che il loro contenuto risulti sempre espressione del sentire comune, e perciò in costante stato di condivisione.
L’arresto ha salvato la vita al protagonista, che ha così potuto studiare e vivere un’altra vita. Quindi, non vale la pena di morire per le proprie idee?
Prof Danti – Dante Cianci, da ex brigatista, racconta il suo sollievo per essere stato arrestato e di essersi, così, salvato la vita. La questione non è difendere le idee fino a morirne. Quello che conta è lo sforzo interiore e di gruppo di elaborare idee davvero valide e nuove, che sottraggano la lotta sociale allo schema dell’antagonismo e della violenza. La violenza è sbagliata, irrimediabilmente. E morire per l’idea della lotta armata e violenta è sbagliato. Irrimediabilmente.
Lei scrive che “nei gruppi e nei sistemi politici l’ideologia è il cane pastore della massa”. L’ideologia massifica e placa? E allora, se l’ideologia omologa e la ribellione degenera qual è lo strumento della “rivoluzione”?
Prof. Danti – Dante Cianci denuncia la degenerazione dell’ideologia, che chiama ‘cane pastore delle masse’. L’ideologia massifica e opprime le masse quando è predeterminata e, come le regole, imposta. E’ nella adesione passiva alla ideologia precostituita che si annida il rischio ‘dell’ideologismo’, che mortifica la libertà di pensiero e della elaborazione delle idee.
Nel suo racconto lei scrive delle barche a vela che navigano in mari ‘’senza muri’’ quali simbolo di una vita libera da impedimenti e condizionamenti. Mette però anche in guardia sul pericolo che la zavorra nella barca provochi il naufragio. Che cosa è la zavorra? La falsa ideologia, la violenza? E se tutto è zavorra la soluzione è rimanere in porto e smettere di navigare?
Prof. Danti – La risposta è univoca: la zavorra è la violenza. Essa annienta e pregiudica, piega la barca, fino ad affondarla, se è unilaterale (se sta solo da un lato), e pesa sulla barca (fino al naufragio) se è annidata sui lati opposti e diventa bilaterale.
Nel suo racconto si legge che chi lotta può perdere e che chi non lotta ha già perso. Cosa è la lotta oggi?
Prof. Danti – Il racconto si conclude con una famosa frase di Che Guevara che evoca l’importanza della lotta. La lotta è l’ambizione a riformare lo status quo, politico sociale culturale, affinchè risponda al comune sentire del popolo e alle sue progressive esigenze lottare vuol dire sognare e vuol dire impegnarsi; vuol dire anche partecipare e sentirsi parte di una comunità e veicolo dei tempi che verranno. La lotta non è soltanto quella “grande” ma anche quella di ogni giorno che si consuma nelle piccole comunità, affinché sempre le ragioni dei molti possano incidere sulla determinazione delle regole comuni, il più possibile condivise
Il racconto del professor Danti non è solo un racconto. E’ una storia ‘vera’, non solo perché è la narrazione della vita di Dante Cianci, ma perché la sua esperienza è anche quella di molti altri (pisani e non) che, negli anni della lotta armata, hanno pensato, desiderato, creduto. E sbagliato.

Lascia un commento