Il referendum del 1 ottobre per l’indipendenza della Catalogna ha aperto un conflitto, che al momento sembrerebbe insanabile, tra il governo spagnolo e quello catalano; le tensioni tra Rajoy e Puigdemont si fanno sempre più forti, soprattutto a causa degli atti di violenza compiuti dalle forze armate spagnole.
Nonostante il voto fosse stato dichiarato incostituzionale dalle autorità spagnole, ciò non ha comunque fermato il governo catalano: il referendum doveva esserci a ogni costo. E così domenica 1 ottobre moltissime persone si sono recate ai seggi per votare, molte con una scheda che si sono stampate da sole. L’occupazione delle scuole già dalla notte precedente e la volontà, da parte della polizia catalana, di non intervenire per chiudere le urne alle sei del mattino, così come invece loro ordinato, hanno portato alla decisione del governo di inviare le forze armate di Spagna, che hanno sfondato le porte per entrare negli istituti e hanno fatto ricorso, in molti casi, alla violenza, sparando persino proiettili di gomma. Il bilancio della giornata è stato di 893 feriti tra la popolazione e 33 tra le forze dell’ordine. Per riuscire comunque a votare anche se le schede erano state requisite, molti sono andati all’Escola Mediterranea di Barcellona e lì hanno potuto partecipare al referendum mostrando passaporto o carta d’identità. Alla fine il sì all’indipendenza ha superato il 90% dei voti. Ma il presidente Rajoy continua a negare la legittimità del referendum e il suo dovere di difendere la Costituzione.
La questione catalana è infatti molto peculiare: il movimento indipendentista, definito da alcuni nazionalista ma molto diverso da quello che si sta propagando in tanti altri paesi d’Europa, vorrebbe una scissione motivata da aspetti linguistici e culturali, ma a questi devono aggiungersi la crisi economica spagnola e il fatto che Madrid si sia rifiutata di concedere, come più volte richiesto, maggiore autonomia alla Catalogna. La regione è attualmente la più ricca della Spagna e per questo motivo, anche la più tassata, cosa che ha generato un forte scontento nella popolazione e che ha spinto molti ad aderire al movimento indipendentista.
Se la Catalogna si separasse effettivamente dalla Spagna, ci sarebbero inevitabilmente alcune conseguenze negative: innanzitutto si perderebbe una florida regione, e poi le fazioni separatiste di paesi come Corsica, Fiandre e nord Italia si infuocherebbero ancora di più e si creerebbe un meccanismo secessionista che potrebbe diventare pericoloso. Allo stesso tempo, l’atteggiamento di completa chiusura da parte del governo spagnolo nei confronti di quello catalano e l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine ha smosso l’opinione pubblica di tutta Europa, orientandola verso il supporto degli indipendentisti. Per questo, con la crisi economica del 2012, l’idea separatista è arrivata in pochi anni ad avere il sostegno di gran parte della società catalana, di qualsiasi partito, classe sociale, età e sesso.
Probabilmente la soluzione migliore ma non la più apprezzata, menzionata infatti da poche autorità o membri della popolazione, sarebbe trovare un accordo tra il governo spagnolo, il quale dovrebbe cessare ogni azione di repressione, e quello catalano, che non dovrebbe più organizzare azioni incostituzionali per ottenere l’indipendenza. L’unica soluzione pacifica e realmente democratica in grado di risolvere la difficile situazione che si è creata sarebbe quella di dialogare, di aprire immediatamente un negoziato tra tutte le forze politiche in campo. Ma ciò sembra, al momento, estremamente arduo, se non impossibile. Resta la certezza che, se le tensioni interne rimarranno tali, la situazione potrebbe sfociare in un conflitto civile e di questo sarebbe da ritenersi in parte responsabile lo stesso Rajoy, troppo spesso associato alla figura di Francisco Franco.

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