L’hate speech (il cosiddetto “discorso d’odio”) è un tipo di comunicazione che mira a esprimere e diffondere odio e intolleranza: presente principalmente sui social, si basa su pregiudizi e spesso degenera in violenza psicologica.
Origine del fenomeno
L’hate speech, come lo intendiamo oggi, è un linguaggio dell’odio proprio dei social media, ma in realtà questo fenomeno non è altro che il risultato di un processo evolutivo che ha origine in tempi ben più remoti. Infatti, possiamo individuare i primi esempi di hate speech nelle varie propagande politiche che hanno influenzato gli ideali di interi paesi, come quelle del colonialismo e del nazismo. Le caratteristiche che accomunano queste politiche sono i principi estremisti alla base delle loro campagne: entrambe prendevano di mira dei precisi gruppi sociali ( il colonialismo le persone di altre “razze” e il nazismo in special modo gli ebrei). Questo fomentare odio verso determinati gruppi sociali, funziona come da collante per le persone, che condividendo questo sentimento si sentono parte di un unico grande gruppo, diventandone attivi sostenitori.
Tale processo è chiamato polarizzazione: le persone, confrontandosi e rendendosi conto di condividere determinate idee, tendono ad attribuire a queste più credibilità proprio perché condivise, e, fomentandosi fra loro, trasformano le idee iniziali in un unico ed estremizzato ideale. Dunque, ciò che si realizzava prima con le propagande politiche che si basavano su principi estremisti e discorsi d’odio, accade anche adesso con l’hate speech nei social.
Funzionamento
Il mondo dei social si basa sulla visualizzazione dei contenuti. Questi, per attirare sempre più like, devono essere brevi e d’impatto, ed è proprio questa brevità la principale causa della loro estremizzazione. Contenuti estremizzati sono spesso anche offensivi e quasi sempre generano dei dibattiti che portano le persone a schierarsi in modo deciso, accanendosi contro le altre parti con ulteriori contenuti di hate speech. Questo processo a catena, basato sulla condivisione di contenuti estremizzati e commenti offensivi, è ciò che rende il “linguaggio dell’odio” uno strumento estremamente pericoloso e di grande impatto emotivo per la vittima. Si può dunque dire che quella dei media sia una realtà molto complessa ad articolata, ed in quanto tale non tutti i social sono uguali.
In particolare negli ultimi anni, con il loro grande sviluppo, si è arrivati a distinguere i media in due grandi gruppi: social orizzontali e social verticali. I social verticali hanno un tema centrale e in questo caso si condividono solo contenuti riguardanti quel tema; i social orizzontali, invece, sono l’opposto: questi non si basano su nessun tema preciso e i contenuti spaziano fra i più disparati argomenti, ed è proprio all’interno dei social orizzontali che si sviluppa maggiormente l’hate speech. Questi, infatti, coinvolgono una fascia più ampia di utenti, che aumentano perciò i temi su cui dibattere e sui cui potenzialmente si può fare hate speech.
Gli haters
Oggi si sente molto parlare di haters (odiatori), ma chi sono veramente? Gli haters sono una categoria di persone che utilizza il web come mezzo per diffondere offese fondate su qualsiasi discriminazione (razziale, religiosa, di genere o di orientamento sessuale, di disabilità ecc…) . Sono gli haters a scatenare principalmente la grande catena dell’hate speech. I contenuti che condividono sono solitamente di violenza verbale e insulti, che possono persino sfociare in minacce di morte o istigazione al suicidio. Gli haters responsabili di violenza psicologica operano per diverse ragioni, che vanno dal puro divertimento personale, al desiderio di sfogare la propria frustrazione online. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone con grande senso di superiorità, dall’elevata impulsività, con scarsa empatia, e altrettanto scarso senso morale, che trovano la vita reale insoddisfacente. La loro intolleranza alle critiche rende ogni dibattito un’occasione per attaccare il prossimo. I danni psicologici riportati dalle vittime sono soggettivi ma, soprattutto per coloro che in particolare cercano approvazione sui social network, possono arrivare ad essere fatali. Infatti, l’hate speech ha come conseguenze psicologiche principali emarginazione, depressione, ansia e DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare).
Dati
I dati relativi all’hate speech al giorno d’oggi sono allarmanti: ogni 10 messaggi o commenti ce n’ è 1 problematico. I contenuti definiti problematici sono offensivi e/o discriminatori, e tra questi il 6.5% è di vero e proprio “linguaggio dell’odio”: questo vuol dire che circa 1 contenuto ogni 100 è di hate speech!
Inoltre, possiamo notare come i gruppi sociali più a rischio al giorno d’oggi siano quello delle donne (il 61% dei contenuti che le riguarda è negativo, il 27% è problematico e il 3% hate speech), quello lgbt ( il 60% è negativo, il 29% problematico e il 3% hate speech), quello dei fedeli di minoranze religiose (il 79% è negativo, il 31% problematico è il 5% hate speech), quello degli immigrati( l’82% è negativo, il 38% problematico è il 5% hate speech) e quello dei rom (il 95% è negativo, il 60% è problematico e ben il 16% è hate speech).
Sveva Fascetti – Samuele Valente (classe 2A – liceo classico)

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