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Il Cile, 50 anni dopo il golpe di Pinochet. L’intervista a David Muñoz Gutierrez.

24 Settembre 2023 by admin_rapsodia Lascia un commento

Lunedì 4 settembre, presso il circolo Alberone di Pisa, si è tenuto un incontro di cultura e

testimonianza sul Cile a 50 anni dal golpe di Pinochet che ha destituito il governo democratico di Salvador Allende creando una sanguinosa dittatura durata 17 anni.

L’incontro è stato organizzato dall’ANPI, in collaborazione con ARCI, ACLI, e dai tre sindacati confederali.

Sul palco sono intervenuti David Muñoz Gutierrez, un esule cileno in Italia e testimone di ciò che avvenne davvero durante il golpe di Pinochet,  e la già insegnante del Liceo classico Galilei, prof.ssa Chiara Nencioni, che attualmente svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Forme e Civiltà del Sapere dell’Università di Pisa.

L’incontro si è tenuto in una data significativa per il Cile: il 4 settembre 1970 Allende è stato democraticamente eletto presidente del Cile, primo presidente marxsista democraticamente scelto nel continente americano. Sempre il 4 settembre, lo scorso anno, il plebiscito costituzionale ha respinto la nuova costituzione cilena che avrebbe dovuto sostituire quella di Pinochet.

Salvador Allende si era già messo in luce nel 1933 come uno dei maggiori esponenti a sostegno del partito socialista del Cile, poi nel 1937 era stato nominato deputato nel congresso nazionale cileno e infine nel 1943 segretario nazionale del suo partito. L’avventura personale e politica di Allende si conclude drammaticamente l’11 settembre 1973 quando un colpo di stato ad opera di Pinochet appoggiato dagli Stati Uniti rovescia il governo e istituisce una giunta militare guidata dal dittatore. Allende, nel palazzo presidenziale de La Moneda bombardato, si suicida.

 

David Muñoz Gutierrez, intervistato da Chiara Nencioni, è riuscito a ricostruire il trauma suo e del suo paese riflettendo anche sugli eventi che accadono oggi.

 

Quando hai iniziato ad occuparti di politica e perché?

“In tutti i paesi c’è un nord e un sud, un quartiere alto per ricchi e un quartiere basso per poveri”, così ha esordito David. Egli proviene da un paesino a circa 700 km a sud dalla capitale Santiago e si è avvicinato alla politica da giovanissimo, a soli 14 anni!

 

Cosa ti ha affascinato della via cilena al socialismo?

“I fattori scatenanti sono state proprio le differenze fra ragazzi ricchi e ragazzi poveri riscontrate nella scuola che frequentavo.” Così David si candida e vince le elezioni dei centri di allievi, dove conduce le prime battaglie riuscendo non solo a far istituire una mensa per la colazione e il pranzo in favore dei poveri ragazzi che dovevano affrontare un viaggio di molti chilometri per arrivare a scuola e successivamente tornare a casa, ma anche a fare sì che nel suo paese non ci siano solo i primi due anni di liceo, ma tutti e cinque. Poi viene eletto vicesegretario dei giovani socialisti entrando così nel mondo della politica.

 

Eri a Santiago il giorno del golpe? Puoi raccontarci qualcosa?

“Mi trovavo a Santiago per una riunione di partito insieme a dei compagni. Martedì 11 settembre ci svegliammo con i carri armati nelle strade” e perciò cercarono subito la sede centrale del comitato del partito socialista ma vi erano spari ovunque, rientrarono perciò nell’albergo dove alloggiavano. Si riunirono quindi con gli altri ospiti nella sala principale ad ascoltare gli avvenimenti tramite radio, “Sentivamo Allende che diceva di restare nelle fabbriche e nelle case… Ascoltammo le ultime parole di Allende alla radio e subito dopo il bando dei militari che minacciava di sparare a chiunque non fosse nella propria abitazione per le 15:00.”

 

Cosa è successo nei giorni seguenti?

“Uno dei giorni seguenti entrarono nell’albergo dei soldati che fecero un’ispezione in tutte le camere in cerca di comunisti.” David e i compagni, ovviamente, avevano precedentemente provveduto a bruciare tutti i documenti che li riconducessero al partito comunista, dimenticandone uno che puntualmente fu trovato dai soldati. Per fortuna questi ultimi, dopo un breve interrogatorio, furono chiamati, dal loro superiore, ed uscirono dall’edificio arrestando 8 giovani collegati al socialismo, di cui da quel momento si è persa ogni traccia.

 

Come sei riuscito a metterti in salvo?

“Non potendo tornare nel mio paese natale dove ero ricercato vivo o morto, fui ospitato nei mesi successivi da uno zio, la cui moglie gestiva una scuola. Confondendosi con i moltissimi genitori che la mattina portavano e il pomeriggio prendevano i propri figli dall’istituto giravo per la città cercando informazioni e compagni che spesso mi diedero anche dei soldi per vivere, rientrando poi a casa in concomitanza della fine delle lezioni. Un giorno, tramite contatti di cristiani socialisti, una suora mi condusse in un convento per aiutarmi a fuggire.” La mattina del 9 ottobre 1973 la suora lo nascose in un furgone e gli fece scavalcare il muro dell’ambasciata italiana dove rimase fino al 20 agosto del 1974 quando fu portato in Italia come rifugiato politico.

 

Come sei stato accolto in Italia?

“Nel vostro paese ho trovato una calorosissima accoglienza. C’era la gente che quando raccontavo la mia storia si commuoveva, si metteva a piangere e addirittura mi metteva in tasca dei soldi”.

 

Veniamo ai nostri giorni: come è avvenuto il processo che ha portato alle proteste prima e poi alle elezioni dell’assemblea costituente del 2021?

“Pinochet non lo abbiamo sconfitto gli è stato suggerito di lasciare la presidenza e lo ha fatto. Ha però continuato ad avere peso politico comandando l’esercito e la marina ed essendo successivamente nominato senatore a vita. Come molti dittatori è morto nel suo letto. C’è stato una sorta di patto segreto: facciamo finta di cambiare tutto per poi non cambiare niente. Ciò ha portato alla privatizzazione di tutti gli enti pubblici e all’aumento dei prezzi tanto da far scoppiare una rivolta tra gli studenti con lo slogan ‘non sono 30 pesos (l’aumento del biglietto della metro), ma sono 30 anni (dalla fine della dittatura)’. Per calmare gli animi il governo ha attuato il ‘piano per la pace in Cile’ che prevedeva un referendum sulla Costituzione e la formazione di un’assemblea costituente, formata da persone di tutti i ceti sociali e anche dai popoli autoctoni indios, che ha scritto una nuova Costituzione più democratica formata da più di 300 articoli e oltre 70 provvedimenti transitori. Purtroppo però, avendo la destra il controllo della maggior parte dei mezzi di comunicazione il 4 settembre 2022, 8 milioni di cileni sono stati ‘comprati’ per votare contro questa Costituzione nel referendum. Tra questi 2,5 milioni hanno invalidato il loro voto.”

 

E ora? Che prospettive vedi?

“Adesso è stato nominato un comitato di sole 50 persone di alto ceto sociale per redigere una nuova costituzione. È previsto, poi, che successivamente un comitato tecnico giudichi il loro operato. Questo processo terminerà il 17 dicembre quando il popolo sarà chiamato ad approvare o respingere questo ordinamento. Ma resta il fatto che il Cile è in mano alla mafia che importa illegalmente la droga. Nonostante i poliziotti chiedano più potere per fronteggiarla, sono obbligati a seguire precisi protocolli che impediscono loro di sparare a meno di non essere puntati.”

 

In attesa di questo nuovo referendum, David, anche dall’Italia, si dà da fare per il suo paese a cui è stata inferta una ferita profonda che tuttora è difficile sanare.

 

Gregorio D’Arezzo (Liceo classico – classe 3C)

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