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Guerre e genocidi nel XX e XXI secolo – Guerra assoluta e guerra totale (prof. Baldissara)

23 Ottobre 2022 by admin_rapsodia Lascia un commento

L’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Lucca ha organizzato un ciclo di lezioni sul tema Guerre e genocidi nel XX e XXI secolo.

La prima lezione è stata tenuta da Luca Baldissara, Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa. Questo il titolo: Guerra assoluta e guerra totale. Genealogia della guerra del ‘900.

Dal nostro corrispondente: Alessandro Ghelardi 4B Liceo Classico Galilei di Pisa.

 

Oggi giorno si sente spesso parlare della guerra in Ucraina o della guerra tra Taiwan e Cina, o ancora, del regime instauratosi in Afghanistan. Tuttavia anche se queste tre notizie hanno occupato le prime pagine dei giornali per settimane non significa che siano gli unici conflitti attivi.

Dal 1909 sono state combattute circa 700 guerre, 54 solo nel 2019.

Se questi numeri vi sembrano alti è perché con “guerra” avete in mente una battaglia tra due eserciti con armi, aerei e carri armati o la guerra di trincea come nelle guerre mondiali, ma quello è un modello di guerra westfaliano che comprende solo Stato e Stato.

Oggigiorno la guerra non è solo quella combattuta al fronte esterno ma anche quella dei contractor e quella del fronte interno. Tutti combattono ovunque; persino le armi con cui si combatte sono cambiate: non più solo fucili ma anche camion bomba e aerei di linea; tutto può essere un’arma e tutti possono dichiarare guerra, non esiste più uno ius ad bellum secondo il quale solo lo Stato può dichiarare guerra e la guerra odierna (dal 1990 in poi) appare sempre più vicina a una guerra di religione che, come afferma Munchler, non porta a nessun progresso e ha assunto anche il volto di un conflitto privato.

Smith, comandante NATO, ha affermato che si è avuto un vero e proprio cambio di paradigma della guerra per vari motivi: perché le guerre contemporanee sono asimmetriche; per il facile accesso agli armamenti e il mutamento anche del concetto stesso di arma (anche un aereo, come nel caso delle Torri gemelle o un camion in strada può essere usato come arma, ad es. negli attentati esplosivi); perché il campo di battaglia è diventato “everywhere” e non sono più coinvolti solo i militari ma “all the people” e, infine, perché il terrore diventa un fattore fondamentale.

C’è anche, come sostiene Thomas Cherly, la guerra diplomatica, una guerra che può portare a risultati molto più concreti e catastrofici di una guerra militare. Questa tipologia è quasi sempre accompagnata da altri tipi di guerre come quella mediatica, quella coloniale, quella civile.

La guerra civile non è nemmeno combattuta tra Stati perché è interna eppure è comunque considerabile una guerra; basti pensare alla Rivoluzione Francese dove tutto il popolo si è mobilitato negli interessi del proprio Stato, come ci dice Von Clausewitz, generale dell’esercito prussiano, famoso per avere scritto il trattato Vom Kriege, pubblicato nel 1832: “la guerra è diventata questione dei cittadini quando tutti i cittadini si sono sentiti chiamati e senza vincoli”. Il generale affermava che non è possibile concepire un progetto bellico se non sussiste una comunità politica, che lo decida: “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico”.

Anche la guerriglia fatta dai franchi tiratori durante la guerra franco-prussiana rivoluziona la concezione guerra che non è più tra due Stati ma tra due nazioni; i civili stessi sono chiamati alla guerra e armati per difendere gli spazi civili diventati ormai un bersaglio soprattutto dal 1900 in poi quando la guerra di popolo diventa guerra al popolo. A tale scopo diventa fondamentale il sostegno dell’opinione pubblica.

Engels, in un suo saggio del 1891, aveva la guerra “totale”. Individuava un punto di svolta ben preciso: la Rivoluzione Francese, perché tutti sono chiamati a combattere, perché la guerra è dell’intera nazione. La rivoluzione francese, pur non essendo la migliore espressione di questo concetto, sicuramente rimane un importante punto di svolta nella percezione che abbiamo della guerra. Engels individua la prima guerra totale nelle guerre napoleoniche, non solo perché c’è il coinvolgimento dell’intera nazione ma anche per lo scopo. Le guerre napoleoniche sono l’apice della perfezione nell’arte della guerra: non basta vincere ma bisogna raggiungere la totale distruzione del nemico, cosa precedentemente fatta solo dai Romani nelle guerre puniche. Quelle napoleoniche hanno portato inoltre all’esternalizzazione della guerra civile.

Sempre Clausewitz affermava: “la guerra è come un cavallo, la puoi preparare ma una volta partita non la puoi fermare”; un paragone semplice ma che fa capire quanto incontrollabile e violenta sia la guerra. Anche se fosse pianificata per anni, una volta partita, l’esito è imprevedibile e sempre disastroso. 

Queste affermazioni ci dovrebbero far pensare a un preciso conflitto nel quale tutte queste modalità furono presenti: la seconda guerra mondiale, poiché fu la somma di tutte le forme di guerra precedenti, quindi la più “totale” e la più efferata e distruttiva. I continui bombardamenti sui centri abitati per sfiancare il fronte interno e con esso quello esterno, la guerra mediatica e le informazioni false divulgate alla popolazione tedesca dai Nazisti, la guerriglia fatta dai partigiani, comuni cittadini che non vollero piegarsi ai due regimi: la Seconda Guerra Mondiale è stata tutto questo. Possiamo individuare nelle guerre naziste la stessa caratteristica presente nelle guerre napoleoniche ma con un ulteriore aspetto: tutto il popolo tedesco aveva un collante ideologico a proprio supporto.

A conclusione della sua lezione il prof. Baldissara riprende quanto scritto in un saggio del 2004, scritto insieme al prof. Paolo Pezzino: “L’avvento della guerra totale nel ventesimo secolo ha vanificato tutti gli sforzi compiuti nel secolo precedente di “civilizzare” la guerra (codificandone le forme legittime per proteggere le popolazioni civili, soccorrere i feriti, tenere sotto controllo i prigionieri…). Con la Seconda Guerra Mondiale la violenza è aumentata in maniera esponenziale, con la messa a punto di tecniche di distruzione di massa che hanno reso ancor più insensibili e spietati i carnefici, trasformando i civili in masse anonime di vittime”.

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