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Putin, lo Zar del III millennio

15 Maggio 2022 by Giulia De Ieso Lascia un commento

Vladimir Putin, presidente della Russia, è ormai al potere dal 1999 con diverse cariche, da Primo Ministro e Presidente. In questi anni, ventitré per la precisione, ha accentrato il potere nelle sue mani, reprimendo la stampa e facendo avvelenare i leader politici dissenzienti, riuscendo inoltre a sottomettere i potentissimi oligarchi russi, che possiedono la maggior parte della ricchezza in Russia. Ma come ha fatto quest’uomo a scalare la vetta della politica russa post sovietica?

Putin nasce a San Pietroburgo, al tempo chiamata Leningrado, il 7 ottobre del 1956. Si laurea nel 1975 in Diritto internazionale all’Università Statale di Leningrado; sempre nello stesso anno è arruolato dal KGB, la rinomata agenzia di intelligence sovietica, ottenendo il grado di tenente colonnello. Nel 1985 venne assegnato alla sede del KGB a Dresda, nell’allora Repubblica Democratica Tedesca, uno stato fantoccio sovietico; lì lavora fino al 1990 nella Stasi, utilizzando come copertura l’identità di un interprete. A quanto pare il suo lavoro però è prettamente di ufficio: redige le informazioni ottenute sul campo da altri in dossier e le invia a Mosca. Dopo il collasso del muro di Berlino e la successiva caduta della Germania dell’Est, Putin fa ritorno a Mosca, dove, un anno dopo, a seguito del tentato colpo di stato del KGB, si dimette. 

Ma di Putin a interessarci non è sicuramente il suo curriculum militare in epoca sovietica, bensì la sua successiva carriera politica. Già nel 1990 fa il suo ingresso in scena, seppure di poca importanza: viene appuntato consigliere del sindaco di San Pietroburgo per gli affari internazionali, e poco dopo posto al comando del comitato per le relazioni esterne della città stessa. Nonostante sia stato coinvolto in un scandalo per aver aiutato gli imprenditori esteri con prezzi troppo bassi delle licenze in cambio di alimentari alla città (che, oltretutto, non arrivarono mai), mantiene il suo incarico fino al 1996. Con il cambio di governo in città, Putin venne chiamato a Mosca, dove fino a metà del 1998 ricopre posizioni minori nel governo di Boris El’cin. Nel frattempo, consegue nel 1997 un master in Economia, con una relazione quasi sicuramente plagiata da uno studio statunitense sull’amministrazione politica.

Se fino a quel momento le posizioni da lui occupate sono di minore importanza, il 25 luglio del 1998 è nominato capo del FSB, il rinato KGB, dall’allora presidente El’cin. Ma l’avvenimento più sconvolgente avviene nell’agosto dell’anno successivo quando, a seguito della caduta del precedente governo, diventa Primo Ministro. Proprio con questa carica inizia la sua ascesa verso la presidenza. 

Al tempo Putin non era molto conosciuto dal popolo, e, sicuramente, non avrebbe vinto in un’elezione ma, nonostante ciò, riuscì quasi subito a ottenere il consenso del popolo, reprimendo con la forza la separatista Cecenia: la sua spietatezza nella gestione della crisi diede agli elettori l’immagine di un politico deciso, facendo crescere la sua popolarità. La repressione militare da lui messa in atto fu vista in Russia come una vittoria e come il ripristino della pace nel Caucaso che sembrava persa. Tuttavia, all’estero, il suo brutale assedio alla città di Grozny e le innumerabili violazioni di diritti umani furono visti come un atto spietato, con svariate denunce sul piano internazionale, che però, di fatto, rimasero solo parole. 

Con le dimissioni del presidente Boris El’cin a fine del 1999 Putin, come secondo la costituzione, divenne Presidente ad interim, e, nelle successive elezioni, vinse con oltre il 50% dei voti, iniziando così il suo primo vero e proprio mandato da Presidente della Federazione Russa. Durante il suo periodo in carica portò stabilità al governo, fermando il continuo cambiamento di ministri che caratterizzò l’era di El’cin, e arrestando molti oligarchi e uomini d’affari sospettati di corruzione, di arricchimento illecito e di frode fiscale. Proprio in questi anni iniziò la ricostruzione dell’economia russa, devastata dal decennio precedente: la Russia diventò una delle più grandi economie in crescita, tanto che nel 2001 Goldman-Sachs, importante banca d’investimento statunitense, coniò il termine BRIC -acronimo di Brasile, Russia, India, Cina- per descrivere le grandi economie in crescita. Nel 2009 l’acronimo si è evoluto in BRICS, includendo anche il Sudafrica. In questo mandato migliorò le relazioni con l’Occidente, stipulando vari accordi, fra cui anche uno sulla riduzione degli arsenali nucleari.

Nel 2008 raggiunge il limite massimo di mandati consecutivi e quindi non si candida. Tuttavia trova l’escamotage: diventa Primo Ministro sotto il nuovo presidente, Dmitrij Medvedev, collega fidato. Tra il 2008 e il 2012 continua a rendere lo stato russo ancora più autoritario e gestisce anche il conflitto in Ossezia, vincendo.

Nel 2012 si ricandida come presidente e vince con una maggioranza netta. Due anni dopo, nel 2014, cambia tutto: Putin, a seguito della rivolta dei gilet arancioni in Ucraina e la conseguente deposizione del presidente, invade la Crimea con i soldati “senza bandiera” , o anche chiamati “omini verdi”- ovvero senza una bandiera di riconoscimento, per non farsi riconoscere legalmente come soldati russi – per prenderne il controllo. Immediate sono state le sanzioni internazionali contro la Russia, portandone alla sospensione dal G8. Nel 2016, viene accusato di aver interferito nelle elezioni presidenziali americane, portando allo scandalo il Russia-gate negli Stati Uniti.

Nel 2018 rivince le elezioni con tre quarti dei voti, molto probabilmente falsificati.

Ci troviamo quindi al giorno d’oggi, dove la Russia guidata da Putin, capo di un governo autoritario, che riesce a sopravvivere grazie all’appoggio di oligarchi, ha invaso l’Ucraina, uno stato sovrano che tendeva all’Ovest, ma che, secondo le visioni di Mosca, dovrebbe essere una zona cuscinetto filo-russa.

Niccolò Ranalli (classe IB – Liceo Classico)

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