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La morte della lingua, come e perché non parleremo mai inclusivo.

8 Febbraio 2022 by admin_rapsodia Lascia un commento

Nel corso degli ultimi anni si sono fatti avanti nella nostra società sempre più personalità portatrici di un messaggio di rinnovamento. Uno degli argomenti più discussi è proprio la lingua: soprattutto fra i giovani, infatti, vengono spesso utilizzati simboli estranei alla nostra grammatica, come asterischi, chiocciole e in particolare la schwa (ə).

Il ricorso all’uso della schwa è dovuto al pensiero secondo cui la nostra lingua viene considerata inadatta e a tratti discriminatoria. Due sono le colpe di cui essa si macchia: la prima è l’utilizzo del cosiddetto maschile sovraesteso, detto anche generalizzato in quanto usato in caso di moltitudini miste. Basta che un solo uomo sia presente in un gruppo numeroso per declinare il plurale al maschile. L’accusa mossa riguarda dunque la trascuratezza del genere femminile; il “buongiorno a tutti” viene considerato da alcuni come maschilista, perché non inclusivo, un retaggio patriarcale che sempre di più continua a sotterrare gli appena conquistati diritti delle donne. La soluzione più plausibile a cui si potrebbe giungere potrebbe essere un “buongiorno a tutti e a tutte”. Tuttavia, ciò che viene definito un retaggio patriarcale e maschilista è dovuto all’economia della lingua, tesa a evitare un inutile dispendio di parole e a rendere più semplice e immediata la comprensione. Gli italiani hanno infatti sempre prediletto la prima alternativa, semplicemente perché più immediata e non per maschilismo o cattiveria, anche se questo non esclude certamente l’uso di entrambi i generi nella medesima frase. La seconda colpa attribuita alla lingua italiana è legata ai generi che, come sappiamo, sono due: il maschile e il femminile. Tali generi incontrano alcune difficoltà nell’essere usati in relazione ad alcuni casi specifici; se nel gruppo a cui viene rivolto il “buongiorno a tutti e a tutte” c’è almeno una persona che non si sente di appartenere né all’uno né all’altro genere, sorge poi un altro problema. 

Per poter proseguire nel discorso è però necessario fare chiarezza. Esistono solo due sessi biologici: maschile e femminile. A questo si aggiunge il genere, che è nettamente differente poiché riguarda il sentirsi maschio o femmina. Chiunque si indentifichi nel proprio sesso biologico viene definito cisgender; al contrario, chi non si indentifica nel sesso della nascita si definisce transgender; chi poi non si sente né l’uno né l’altro viene definito come non binario. 

Come allora tutelare queste categorie che hanno il desiderio e il diritto di essere rappresentate? Dato che il genere neutro non esiste in italiano, si è pensato di introdurlo su modello del latino e del greco; tuttavia, in queste due lingue, l’utilizzo del neutro non viene applicato per evitare una distinzione tra il genere maschile e quello femminile, piuttosto per indicare un qualcosa e non un qualcuno. Una tra le prime proposte avanzate è stata quella dell’asterisco, simbolo che proviene dal linguaggio scientifico e informatico, che verrebbe utilizzato per omettere l’ultima lettera di una parola affinché non ne venga indicato il genere. Ovviamente il suo improprio uso è subito risultato un fallimento, soprattutto per l’impossibilità di replicare un suono reale in corrispondenza di quel segno non fonetico. Ecco che quindi davanti alla problematica fonetica insorge l’utilizzo della “U”, aggiunta alla fine della parola per indicare una sottospecie di genere neutro. Questa modifica tuttavia risulterebbe cacofonica e tutt’altro che elegante, perché dobbiamo ricordarci che dopotutto una lingua non è solo un complesso di regole e grammatica, ma anche bellezza ed eleganza. 

Ecco allora la schwa, simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale e spesso corrispondente a una vocale media-centrale; la sua pronuncia corrisponde a un suono vocalico neutro, il cui utilizzo appare sin da subito dubbio perché nella lingua italiana questo segno non esiste. Secondo la Treccani (2011) la schwa è un “termine grammaticale ebraico, che può essere tradotto con «insignificante», «zero» o «nulla»”. Non è chiarito inoltre se questo sarebbe indicatore solo di un genere non definito oppure includerebbe anche il maschile e il femminile; ovvero, sarebbe più corretto dire “buongiorno a tutti, a tutte e a tuttə” come se quest’ultimo fosse riferito solo alle persone non binarie, oppure ritenere “buongiorno a tuttə” come corretto riferimento verso tutti i generi. Se così fosse, questa scelta risulterebbe discriminatoria per coloro i quali non vorrebbero adottarla, proprio come un cane che si morde la coda. Nonostante questo, la schwa resta espressione di un’idea che viene assiduamente portata avanti anche sul modello di alcuni dialetti dello Stivale, come quello napoletano ma lo scopo della schwa nei dialetti non è mai stato quello di omettere il genere di una parola e probabilmente il suo utilizzo è ormai diventato automatico e spontaneo. Ma anche se fosse così, può davvero un dialetto fare da modello all’intera lingua, come se questa fosse il surrogato di quello e non viceversa?

La volontà di includere tutto e tutti è qualcosa di impossibile, dal momento che la lingua, e non solo la nostra, è uno strumento che ci aiuta a discernere un particolare argomento che è reso oggetto di attenzione e a escluderne moltissimi altri. Lingua non è sinonimo di inclusività perché le parole, per definizione, sono strumenti escludenti, che delineano una cosa e ne escludono infinite altre; danno confini, circoscrizioni dentro le quali muoversi. La lingua dunque crea conflitti perché esclude e perché niente di questa è inclusivo: la stessa schwa esclude tutte le persone che sono contrarie e non vogliono che venga applicato.

Purtroppo tutti questi meccanismi fallimentari spesso vengono posti come un’imposizione alla lingua di tutti, non come cambiamento soggettivo, ma come oggettivo, disumanizzando chi effettivamente non crede che includere tutti sia la soluzione migliore anche perché, come spiegato, non è possibile.

La vera e unica soluzione a questo problema, o meglio, non problema, è quella che si è sempre adottata: l’uso del maschile non marcato, detto anche neutro, perché, non a caso, include nel proprio significato tanto il genere maschile quanto quello femminile e, come sottolinea la Treccani (2021) in un testo assai esaustivo di cui mi sono servito particolarmente per la stesura di questo articolo, «non si tratterebbe di una scelta sessista (come viene invece considerata da molte donne), bensì dell’opzione per una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale».

Ecco allora che cade la maschera del progressismo tossico e del tentativo di conformare tutto ai propri capricci, persino la nostra bellissima lingua, con la banale scusa del “tutto si evolve”. Ovviamente anche la lingua si evolve e lo fa sempre verso un’unica direzione: essere il più comprensibile possibile e, al contempo, trasmettere la maggior parte delle informazioni, tutto questo usando il minor numero di fonemi e caratteri. È chiaro che il neutro forzato della schwa, dell’asterisco, della chiocciola, della “U” e quant’altro, va esattamente nel senso opposto. Si tratta di un tentativo di cambiare la lingua dall’alto, con un’evoluzione piuttosto forzata e meccanica, ma questo non accadrebbe se si conoscesse la storia: non avverrà mai un cambiamento radicale nello scritto o nel parlato di un popolo solo perché voluto e imposto da una ristretta cerchia; la lingua infatti non cambia, ma si adegua da sola nel tempo a seconda dei bisogni della popolazione, piegandosi alle esigenze dei parlanti; se così non fosse, sarebbe morta già da tempo. 

 

Samuele Fantozzi (classe IID – Liceo classico)

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