È una faccenda complicata. Non so come sia nata in particolare questa mia passione così incontrollabile, ma so che esiste, so che mi ha colpito per la prima volta tanti anni fa e che da un annetto mi ha definitivamente rapito e condannato ad amarla per tutta la vita senza possibilità di appello.
Un momento, una scintilla, e parte l’amore.
No, a dispetto delle apparenze non sto parlando della mia infatuazione per una radiosa fanciulla dai capelli color oro che si impadronisce di cuori su cuori con un sorriso, anche solo abbozzato. O almeno non bisogna intendere questa fanciulla in senso letterale.
Via, credo di aver vaneggiato abbastanza, è ora di scoprire le carte in tavola: questa calamita così incredibile che mi ha rapito e portato via con sé altri non è che il cinema orientale.
Certo, forse se mi fossi riferito a una ragazza il tutto sarebbe stato molto più poetico, e magari mi avrebbe portato più gloria in vista di un non impossibile riconoscimento da parte della persona amata, ma ho ricevuto così tanto dal cinema del Sol Levante che l’unica cosa che posso fare per sdebitarmi è diffonderlo il più possibile, creando nuovi discepoli, neofiti dell’Oriente e delle sue meravigliose follie nel campo della settima arte.
Partendo da questo presupposto, mi sono messo di buon animo e ho iniziato a scrivere. Troppe persone che si dicono amanti del cinema snobbano il cinema che non sia anglofono, e considerano i film che vedono la luce nella terra degli shogun come inferiori per natura, vuoi per i temi “forti”, vuoi per una certa lontananza dal modello occidentale, vuoi per la quasi totale impossibilità nel reperire questi film in lingua italiana.
Verso il cinema orientale esistono due diverse correnti di pensiero tra loro contrapposte: una si contraddistingue per una totale chiusura e un rifiuto quasi categorico nell’aprirsi a un cinema “barbaro”, mentre l’altra osanna qualsiasi cosa venga dall’Oriente, e non solo in campo cinematografico.
Io non mi riconosco né nella prima né nella seconda posizione; certo, la cecità della prima mi fa veramente paura oltre che tristezza, ma anche la mitizzazione ugualmente cieca operata in ogni campo dalla seconda non mi va molto più a genio: amo il cinema orientale, ma non mi diletto troppo con gli anime, e sono il primo a riconoscere che l’offerta musicale dell’Oriente è spesso deludente, a eccezione di Tomoyasu Hotei, che è un genio (“Guitarhythm” è la colonna sonora della mia vita).
Sia ben chiaro, nonostante i miei interessi nella filosofia buddhista e la mia venerazione per Hotei, non sono un amante dell’Oriente in tutte le sue forme. Non sono cieco: quando c’è da elogiare elogio, quando c’è da criticare critico.
Eppure il cinema orientale non mi ha mai deluso e, anche quando scende a livelli decisamente bassi (penso al recente “Lupin III” di Kitamura), mi ha sempre divertito e appassionato. Sarà per l’estetica fuori dal comune, sarà per la diffusa bravura degli attori, sarà per la totale anarchia visiva di molti suoi autori, sarà per una mia predilezione per l’esotismo, ma il cinema orientale mi ha sempre convinto.
Sarà perché propone dei film all’apparenza semplici e di facile lettura, ma allo stesso tempo complessi e profondi; sarà per la contemporanea assenza di moralismi o di ideologie politiche; sarà per la sua estetica così riconoscibile e spiazzante. In ogni caso l’Oriente ha un suo marchio di fabbrica, fatto di freschezza e di eccessi, che mi stupisce sempre e mi colpisce nel profondo, si avviluppa alla mia coscienza, mi tormenta, mi fa gioire e disperare. Mi fa riflettere.
In ogni caso, non mi piace troppo parlare in astratto di qualcosa che in realtà è concreto come il cinema. Sono stato molto generale: ora entriamo nello specifico.
Parliamo di Giappone. Presento di seguito una lista di quattro film, che ha la duplice funzione di riassumere i tratti comuni a tutto il cinema giapponese e di fornire qualche titolo da vedere assolutamente: chi è interessato (leggi: affabulato dalle mie parole) potrà seguire questo elenco per scoprire il cinema nipponico… e magari potrà anche guardare i film che consiglio (male non fa).
P.S. Come premesso, vista l’enorme quantità di film orientali, ho deciso di dedicarmi solo a prodotti giapponesi (che insieme a quelli sudcoreani sono i più geniali là nell’Estremo Oriente). Ho deciso inoltre di evitare di citare film di maestri riconosciuti quali Akira Kurosawa, Ozu o Mizoguchi, da una parte perché le loro opere sono ampiamente storicizzate, dall’altra perché la loro grandezza mi impedisce di scrivere qualcosa senza risultare banale. Inoltre, per evitare episodi di autolesionismo tra i neofiti, credo che prima di vedere Ozu sia necessario conoscere questo tipo di cinema con prodotti più accessibili e recenti come quelli che ho inserito nella lista.
AVVERTENZA: I titoli che sto per citare sono in gran parte molto violenti e/o spaventosi. Si sconsiglia la visione al pubblico più giovane e a quello più facilmente impressionabile.
1) KAIRO – PULSE (Kiyoshi Kurosawa, 2001)

Il primo film giapponese che consiglio è “Kairo” (conosciuto in tutto il mondo col titolo di “Pulse” e rifatto dagli americani nel 2006), un horror metafisico dalle profonde implicazioni filosofiche, sospeso tra fantasmi, riflessioni sulla morte e denuncia sociale.
Kiyoshi Kurosawa (il cognome è una garanzia) lavora di sottrazione, gioca con le emozioni dello spettatore, si prende i suoi tempi e imbastisce una ghost story atipica e terribilmente inquietante: una ragazza che lavora in un vivaio vede pian piano tutta la sua vita sgretolarsi quando i suoi amici iniziano uno per uno a suicidarsi, sconvolti dopo aver visto un fantasma; parallelamente uno studente inizia a vedere sul suo computer un uomo con la testa infilata in un sacco e numerosi altri
ragazzi intenti a fissare degli schermi.
Cos’è reale e cos’è virtuale? Siamo realmente sicuri che la tecnologia che ci connette con tutto il
resto del mondo non ci sconnetta da tutto il resto? Tecnologia, solitudine, suicidio.
Kurosawa lavora con lunghi piani sequenza con camera fissa, rende a tratti l’aria del suo film irrespirabile, utilizza poche, essenziali pennellate per dipingere la triste realtà di tutte quelle persone che perdono il contatto col mondo reale, diventano catatoniche e decidono la via più breve per togliersi di mezzo dalla loro solitudine e dalla sensazione della loro inutilità.
La storia inizia come la più scontata delle storie horror, poi si trasforma, commuove e terrorizza, spesso anche nella stessa scena (come quella ormai cult in cui una ragazza fantasma si avvicina lentamente allo spettatore danzando… una delle cose più terrorizzanti che abbia mai visto in vita mia).
I morti vagano nel nostro mondo e chiedono aiuto ai vivi. I vivi non vogliono più stare nel loro mondo e chiedono aiuto alla morte.
Kurosawa mette sulla scena i risultati estremi dell’angoscia kierkegaardiana – l’angoscia di agire, la paura di sbagliare, di risultare sbagliati nel mondo -, un’angoscia che non porta come per il filosofo danese al “salto mortale nella fede”, ma finisce nell’annullamento di se stessi, in linea col nichilismo e l’apatia che caratterizza la nostra società (non solo quella giapponese…).
Kurosawa parte dai fantasmi e arriva a porre dubbi sull’esistenza, mescolando l’horror con Kierkegaard, la tecnologia con il nichilismo passivo di Nietzsche, i fantasmi dal volto pallido con il suicidio.
“Kairo” è un film che terrorizza, affascina e rapisce il cuore dello spettatore, un vero capolavoro che, nonostante le sue tinte cupe e senza speranza, è in realtà un inno alla vita, all’amicizia, all’amore. All’apparenza parla di spettri, in realtà è un’esortazione rivolta a tutti coloro che stanno male ad andare avanti, con tutte le proprie forze, magari anche con l’aiuto di chi è vicino.
Il finale sulla barca poi è una delle cose più delicate e commuoventi che abbia mai visto in vita mia, un finale estremamente malinconico che parla a tutti noi, fantasmi dell’era digitale.
I titoli di coda, col pezzo rock “Lay down my Arms” di Cocco, suonano come un inno alla vita: anche se ti ritroverai da solo su una barca, potrai trovare un sorriso, nel pensare che sei stato felice… e magari se guarderai questo film ti troverai in piena notte a ondeggiare il pugno nell’aria trattenendo a stento le lacrime, nell’ascoltare un pezzo rock giapponese, pensando a quanto sia difficile ma allo stesso tempo eroico sopravvivere in un mondo come questo, popolato da fantasmi fatti di carne, cercando la felicità nelle piccole cose e accettando le proprie debolezze.
Ora devo smettere di scrivere, perché sennò rischio di riempire il portatile di lacrime.
Come recuperarlo: stando a Wikipedia, esiste una versione doppiata in italiano del film, oggi pressoché introvabile. Il film è presente però su YouTube in un’ottima versione in lingua originale con i sottotitoli in inglese.
2) 13 ASSASSINI (Takashi Miike, 2010)
Il secondo film è forse il più conosciuto di questa lista: “13 assassini” di quel pazzo di Takashi Miike, film d’azione del 2010 ambientato nel Giappone feudale che vede protagonisti 13 guerrieri eccezionali – samurai e ronin – pronti a tutto pur di salvare la loro patria dalle mire tiranniche del perfido Naritsugu, fratello dello shogun.
Protagonista è Koji Yakusho, attore straordinario che qui offre una delle sue migliori prove (noto per il ruolo del padre della ragazza sorda in “Babel” di Iñárritu, e attore feticcio di Kiyoshi Kurosawa!), mentre il coprotagonista è il simpatico Takayuki Yamada (“famoso” per il ruolo di Serizawa in “Crows Zero” sempre di Miike, anche questo consigliatissimo).
Miike è un regista totalmente imprevedibile, autore di più di 100 opere, che in questo film riesce in un’impresa più unica che rara: fare un film lento, dalla messa in scena algida e quadrata e riuscir comunque a divertire, trovando negli ultimi 50 minuti, tutti occupati da un infinito combattimento tra i 13 eroi e gli uomini di Naritsugu, una delle sequenze più travolgenti, spassose e allo stesso tempo malinconiche che si siano mai viste.
È ovvio che l’intento era quello di realizzare un film commerciale che potesse vendere all’estero (intento più che riuscito), ma Miike trasforma quello che poteva risultare un banale film di combattimenti in un saggio cinico e spietato libertà, e sul prezzo che bisogna essere disposti apagare per conquistarla.
I rimandi al cinema di Kurosawa sono evidentissimi (da “I sette samurai” a “Ran”), ma è chiarissimo che Miike guarda soprattutto alla storia recente, ai partigiani e agli eroi della Resistenza: i monologhi dei nostri 13 guerrieri sono quanto di più vicino si possa trovare allo spirito che animava gli eroi antifascisti, uniti entrambi dall’opposizione a dei tiranni folli e nazionalisti amanti della guerra, che godono a veder soffrire l’uomo e le minoranze.
Ecco, io penso che la memoria sia una delle cose più indispensabili e allo stesso tempo difficili da conservare nella coscienza di ognuno di noi, specialmente per i più giovani, e credo che un film come “13 assassini” non potrebbe fare che bene alla consapevolezza storica e nella lotta contro le dittature.
In barba a chi crede che i film di Miike siano solo violenti e diseducativi, io penso che, nonostante la violenza e le necessarie spruzzate di sangue, le sue opere abbiano sempre una morale molto profonda, mai urlata, ma che si può dedurre dalle parole e dai volti dei personaggi.
E così vediamo i nostri 13 eroi che combattono per la libertà, non direttamente per la propria, perché sanno che la loro è una missione suicida, ma per quella dei loro figli e di tutti gli abitanti del Giappone. Si rotolano nel fango e nel sangue, arrancano ma comunque combattono, e Miike insiste sull’eroismo di questi personaggi, spesso anche ricorrendo a inclinature della camera di più di 90 gradi, che danno un senso di straniamento, oltre che di grandissimo genio filmico.
And I lay in the mud/ And the guts and the blood, / And I wept as his body grew colder, / And I
called for my mother/ And she never came. (1916, Motorhead).
Come recuperarlo: il film si trova in italiano gratis su Amazon Prime Video.
3) VISITOR Q (Takashi Miike, 2001)
Se siete arrivati fino a questo punto, passando tra fantasmi danzatori e ronin assassini, allora vuol dire che avete il sangue freddo necessario per poter affrontare “Visitor Q”, uno dei film più disturbanti che abbia mai visto in vita mia (a pari merito con “Requiem for a Dream” di Aronofsky e “Martyrs” di Pascal Laugier).
Ebbene sì, si parla sempre di Miike, il pazzo che abbiamo visto poc’anzi, ma qui non nella veste più “commerciale” di “13 assassini”, ma in quella decisamente più cianotica e provocatoria degli esordi.
Questo “Visitor Q” è un film allucinato e totalmente sui generis, che sfugge a una collocazione precisa in un qualsivoglia genere: a tratti è un dramma familiare, in altri una commedia nerissima, in altri ancora un thriller/horror di rara ferocia.
Vagamente ispirato a “Teorema” di Pasolini, l’opera di Miike tratta le vicende di una famiglia disfunzionale in cui il padre, un giornalista fallito, ha rapporti incestuosi con la figlia prostituta, mentre il figlio più giovane, vittima di bullismo da parte dei suoi coetanei che sono soliti far esplodere in casa sua fuochi d’artificio, scaraventa tutta la sua rabbia repressa massacrando di botte la madre, la quale, per sostenere il peso di tale situazione, si droga con l’eroina comprata prostituendosi a sua volta. A mettere le cose a posto ci penserà uno strano individuo senza nome (il “Visitor Q” del titolo), che porterà la famiglia ad apici di violenza e di perversione volti a rinfrancare lo spirito familiare.
Già così sembra qualcosa di totalmente folle, e se si pensa poi che metà film è girato con camera a mano stile falso documentario, mentre la restante metà è tutta diretta con camera fissa capiamo quale sia la potenza caustica di questo prodotto.
Il film è volutamente disordinato, eccessivo e spesso lontano dalla perfezione formale (in molti punti si può vedere addirittura un microfono entrare nel campo dell’inquadratura…), eppure ha una forza magnetica che ammalia e sconvolge l’inconscio.
Tra sesso e omicidi vari, Miike mostra tutti i fluidi corporei esistenti (sì, proprio tutti), presentando scene porno mitigate da modestissime censure, incesti, stupri vari, masochismo, necrofilia estrema, peni infilati in vagine di donne morte e diventate rigide per il rigor mortis, gente sodomizzata con un microfono, latte materno… oltre a un numero esorbitante di omicidi.
Tutto è decisamente fuori dal comune e difficilmente apprezzabile dal pubblico medio, ma la storia rimane la stessa: il cinema orientale mostra l’eccesso per rappresentare la realtà che ci circonda, e in questo caso Miike realizza un decadente e cinico affresco sul fallimento del patriarcato.
Non voglio svelare oltre, perché il finale è tutto da gustare (in senso letterale…), anche se non credo che in molti avranno il coraggio di guardare questo film dopo la mia descrizione… e per chi lo volesse vedere, bene, sappia che si troverà davanti a un film meraviglioso che porta alle estreme conseguenze l’Es freudiano, ma veramente difficile da digerire.
Come recuperarlo: il film ovviamente è inedito in Italia, ed è difficilmente reperibile online. L’unica versione che sono riuscito a trovare – di buonissima qualità – si trova sulla piattaforma di streaming russa OK.RU, totalmente legale e gratuita, in lingua originale con sottotitoli in spagnolo.
4) TAG (Sion Sono, 2015)
Ed eccoci arrivati alla fine, all’ultimo film di questa breve ma pregnante lista. E non potevo non concludere con quello che è probabilmente il mio regista preferito in assoluto (assieme a Lynch, Bergman e Mario Bava), ovvero Sion Sono.
Chi è Sion Sono? Un pazzo. Un poeta. Un genio. Regista di alcuni dei film più influenti del ventunesimo secolo (tra i quali “Suicide Club” e “Love exposure”, altri capolavori di gigantesco spessore), che a mio parere trova il suo colpo da maestro in questo “Tag”.
Sono si muove tra il Gus Van Sant di “Elephant”, il Tarantino di “Kill Bill” e la trilogia di “Matrix”, e tira fuori dal cilindro uno dei film più schizzati e divertenti che mi sia mai capitato di vedere, costantemente in bilico tra l’horror, il teen movie e il male di vivere di montaliana memoria.
La trama è più o meno questa: Mitsuko sta viaggiando in autobus insieme alle sue compagne di scuola, quando un’entità misteriosa trancia di netto l’autobus e tutti i passeggeri, lasciando viva soltanto lei. Poco dopo, scopre che nulla di tutto quello che ha visto è mai accaduto: tutte le sue amiche sono ancora vive… salvo poi essere uccise ancora e ancora, in un eterno ritorno dal sapore nietzschiano.
In caso non si fosse capito, questi registi giapponesi sono totalmente imprevedibili, e anche qui Sion Sono non si smentisce, e infarcisce la storia di numerosi spunti filosofici e sociali, tra la teoria dell’eterno ritorno e un certo titanismo di matrice romantica; in più, fa dell’inquadratura un vero e proprio dipinto. È come se Sono avesse a disposizione una tavolozza di colori e dipingesse ogni scena del suo film, esasperando i colori caldi (il rosso soprattutto) e puntando sul disorientare lo spettatore con scelte sempre al limite, con esiti non troppo lontani dalla poetica surrealista.
Tra venti assassini e insegnanti che tirano fuori dal nulla dei bazooka, Sion Sono organizza uno spettacolo colorato e malinconico, che può essere visto come un inno alla gioventù – quella gioventù ormai perduta dal cineasta nipponico e che ricorda sempre con commozione – o più semplicemente come un’esortazione all’originalità, a non aver paura di uscire allo scoperto in questo mondo impietoso e pettegolo. In quest’ottica, “Tag” si configura anche come un invito a non aver paura di fare coming out.
Sion Sono ci invita a fuggire dagli schemi preordinati dalla nostra società, ad avere fantasia, a rifuggire dalle aspettative altrui, a seguire noi stessi a ogni costo, a scappare da chiunque ci voglia uguale a uno standard: dobbiamo andare fieri della nostra diversità, fuggire dall’eterno ritorno del già visto. In breve: essere noi stessi e non lasciarci manipolare.
E attenti alla metafora della piuma!
Come recuperarlo: il film è ancora inedito in Italia, ma si può vedere in un’ottima versione su YouTube in lingua originale con sottotitoli in inglese.
Ah, finalmente ho finito il mio lavoro. Spero di essere stato abbastanza convincente.
Io adoro i film orientali. Sono come dei saggi filosofici travestiti da fumetti: divertono senza pretese ma allo stesso tempo cambiano la vita. Camminano con me e, dovunque io mi trovi, mi fanno sentire a CASA.
And I thank you / For bringing me here / For showing me home / For singing these tears / Finally
I’ve found / That I belong here (Home, Depeche Mode)
Lorenzo Malasoma – IIIC Liceo Classico

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