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Keiko desu kedo

23 Gennaio 2022 by admin_rapsodia Lascia un commento

Ciao, io sono Lorenzo, ho 18 anni e 298 giorni, e fra 67 giorni festeggerò il mio diciannovesimo compleanno. Nella mia vita ho vissuto un totale di 6.868 giorni, che equivalgono a 164.832 ore, per un totale di 9.889.920 minuti. In giro, fuori da questa stanza, ci sono persone che hanno vissuto molto più di me, molte più ore e molti più minuti, il doppio, il triplo o – perché no? – magari anche il quadruplo! Allora perché non posso utilizzare la mia ora numero 164.833 per scrivere una recensione su un misconosciuto film giapponese? E perché chi mi leggerà deciderà di dedicare proprio a me cinque dei suoi milioni di minuti vissuti?

E intanto vedo il tempo che passa… 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10: ecco, sono passati 10 secondi, e io sono dieci secondi più anziano di quando ho iniziato a contare, anzi, credo di essere invecchiato perlomeno di 45 secondi da quando ho iniziato a scrivere questa frase.

No, non sono impazzito, né ho manie matematico-futuristiche o voglio emulare Palazzeschi a tutti i costi: mi ero un attimo messo nei panni di Keiko Suzuki, protagonista assoluta di questo film sperimentale di Sion Sono del 1997 dal titolo “Keiko desu kedo” (“I am Keiko”, per tradurlo in inglese).

Keiko è una ragazza giapponese di 21 anni, che passa il suo tempo compiendo gesti meccanici probabilmente imparati da bambina, guardando insistentemente una boccia di pesci rossi, mettendo in scena un surreale TG in cui racconta la propria (scarna) vita, giocando con le ossa del padre deceduto e, soprattutto, contando i secondi che passano. Keiko non studia, lavora come cameriera, e abita in una piccola casa tutta rossa e gialla. Aspetta in gloria il suo 22esimo compleanno, ci racconta le sue giornate sempre uguali, guarda dalla finestra, canticchia mentre conta i secondi che passano su un orologio da tavolo.

Una ragazza, una stanza, un orologio. Questi gli ingredienti che compongono uno dei primi (capo)lavori di quel genio di Sion Sono, degli ingredienti che, se fossero andati nelle mani sbagliate, avrebbero di certo avuto un effetto a dir poco soporifero e portato a un prodotto avvincente quanto la sigla dei Teletubbies, ma che nelle mani del folle cineasta nipponico danno vita a uno spettacolo anticonformista, intelligente e a tratti estremamente angosciante.
E non ci sono assassini, suicidi di massa o sette religiose a tenere alta l’attenzione: Sono riesce a fare un film sul niente, prende la più banale e potenzialmente noiosa storia che ci possa essere e la trasforma in un’epopea silenziosamente esplosiva, e nel silenzio di un ticchettio di un orologio da tavolo fa scorrere l’irrimediabile fallimento di una generazione – ma che dico di una generazione, di una società!- che all’attività preferisce l’indolenza, al farsi una posizione nel mondo del lavoro preferisce starsene in casa e nascondersi, al diventare adulta preferisce canticchiare una filastrocca davanti a due pesci rossi.

Keiko è il prodotto dell’incomunicabilità, è l’insicurezza fatta persona, una ragazza appena uscita dal liceo che, sola, impaurita e distrutta dalla morte del padre, si rifugia nel suo angolo, decide a tratti di essere “altro da sé” (come quando si traveste da annunciatrice televisiva con parrucche e vestiti da diva), e a tratti decide proprio di “non essere”: quando inizia a scrivere su un foglio “Io sono” cancella tutto quello che ha appena tracciato senza concludere la frase, perché sa che non si può dire che la sua sia vita, né che lei sia propriamente una persona.

Ogni tanto sembra accorgersi che la sua esistenza è asettica e priva di prospettive (specialmente nell’ultimo TG che lei ci presenta, in cui smette i panni della bambina e si accartoccia su se stessa non riuscendo a parlare), sembra rendersi conto della propria sostanziale inutilità in un mondo che viaggia benissimo anche senza di lei; ogni tanto si mette alla finestra per vedere i bambini che giocano, o per fantasticare sugli innamorati che fanno l’amore nelle case vicine, ma poi tutto si risolve in niente, e alla fine Keiko se ne va per strada saltellando e canticchiando una filastrocca infantile mentre dovrebbe buttare l’immondizia… e questa scena (una carrellata laterale in pianosequenza, sorta di parodia de “I 400 Colpi” di Truffaut) ci fa capire quanto il suo strappo con la realtà sia troppo grande per essere ricucito. Non ha amici, non ha un ragazzo, non può avere nulla perché non ha neanche se stessa.

Sion Sono è un genio, e in questo film troviamo tutto quello che sarà di fondamentale importanza nei suoi film successivi: l’ossessione per i personaggi femminili, specie se molto giovani (si veda la quasi totalità dei personaggi di Suicide Club), l’approfondito studio della psiche di personaggi fuori dalle righe ma allo stesso tempo tremendamente verosimili (si vedano i tre protagonisti di Love exposure), l’amore per i colori giallo e rosso (specialmente per le luci rosso/arancio) e, soprattutto, quella che ho ribattezzato “la mania dell’accentuazione”: il cineasta di Toyokawa esagera sempre, mette in rilievo gli aspetti più importanti delle sue opere con un’estetica allucinante, e dall’accentuazione di un elemento visivo traiamo importanti riflessioni riguardo alla sua poetica e al significato dei suoi film.

Pensiamo al meraviglioso “Suicide Club”: qui le scene di sangue vengono accentuate al massimo della sostenibilità umana, il sangue schizza da tutte le parti, provenendo da vasi sanguigni che neanche credevamo di avere, tutto è eccessivo e totalmente esagerato, tutto è volutamente fuori dalla realtà per un unico motivo: questa estetica violenta e imprevedibile colpisce e stupra l’occhio dello spettatore, ma lo porta anche a riflettere; lo spettatore, una volta tolti gli orpelli della narrazione e della messa in scena, capisce che dietro all’horror si cela un film di denuncia sociale a dir poco tagliente.

Uscire dalla realtà per rappresentare meglio la realtà stessa. Usare la macchina da presa come mezzo creativo, per creare un nuovo mondo ai limiti della follia, che rappresenti la nostra società meglio di qualsiasi film di Ken Loach.

Questo è Sono, e le schegge del cinema futuro si ritrovano anche in questo “Keiko desu kedo”.
Per esempio, chi è che se ne sta ore e ore a contare i secondi che passano e a pensare costantemente a quanto si invecchia per ogni minuto che passa? Chi è che fa il conto delle ore e dei minuti che ha vissuto in tutta la sua vita, e se lo ripete fino alla noia? Nessuno, ma Sono utilizza quest’espediente totalmente improbabile nel mondo reale per descrivere meglio il senso di vacuità della “vita” della nostra amata Keiko (e per giocare con la pazienza dello spettatore medio).

Oppure, chi è che ha una casa tutta dipinta di rosso coi mobili gialli? Nessuno, ma Sono utilizza questi colori per spiazzare lo spettatore e alienare la protagonista dal mondo reale, rendendo il film più tagliente a livello di messaggio e più memorabile a livello estetico.

Keiko è sia vittima che eroina, è tutti noi ma non è nessuno, esiste ma è come se non esistesse. Scompare fra i mobili gialli della sua casa e nella boccia dei pesci rossi.

Questo è Sono: poesia, filosofia, un po’ di pazzia e tanto, tanto, tanto genio. Prendere o lasciare.

Io ovviamente ho deciso di prendere.

 

Lorenzo Malasoma – classe IIIC (Liceo classico)

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