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Tramonti sul Lungarno: la malinconica storia d’amore tra Pisa e i poeti romantici

20 Dicembre 2021 by admin_rapsodia Lascia un commento

Un fiume scorre, lento e calmo, scivolando sotto ponti incrollabili verso il mare, mentre sulle sue acque limpide si staglia il riflesso immobile, seppur leggermente tremante, di una città che si specchia in esse. Una brezza leggera soffia sulla superficie, senza però alterarne l’immagine o disturbare in qualche modo la quiete quasi mistica venutasi a creare mentre il sole, stanco e affaticato, sprofonda nel mare e il cielo si riempie di nuvole scure, sormontate da un blu quasi marino.

Questo paesaggio così misterioso e a tratti malinconico è che ciò che probabilmente vedeva il grande poeta romantico inglese Percy Bysshe Shelley tutte le volte che si affacciava alla finestra del suo appartamento per ammirare il lungarno Galilei, alla sera, e contemplare in silenzio quasi religioso Pisa.

1818: Percy Bysshe Shelley è un intellettuale inglese caratterizzato da una vena poetica fuori dal comune, così come la sua personalità a tratti turbolenta e tormentata, fonte per lui di scelte controcorrente. Tra queste, l’esilio volontario dall’Inghilterra trascorso perlopiù in Italia in seguito alla pubblicazione di un articolo in cui il poeta difendeva il diritto all’ateismo. Shelley e la moglie Mary Wollstonecraft Godwin, famosa scrittrice, giungono a Pisa per soggiornarvi, ma rimangono colpiti negativamente dalla città, ai loro occhi spopolata e in preda al degrado. Mary in particolare rimane disgustata alla vista dei galeotti impiegati nei lavori stradali, come scrive alla sorella. Pertanto, i due coniugi lasciano la città per i Bagni di Lucca e altre località toscane, come i Bagni di San Giuliano Terme.

La coppia però, un anno e mezzo più tardi, inaspettatamente fa ritorno nella nostra città e si stabilisce in un appartamento all’ultimo piano dei Tre Palazzi della Chiesa, di cui ormai resta ben poco a parte rovine e una targa logorata dal tempo e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che ricorda la permanenza di Shelley. Percy rimane ben presto affascinato dal clima mite e tranquillo della città, dall’atmosfera serena che la pervade, così diversa da quella che domina la sua anima di eroe romantico, ma ancora di più lo conquistano il fiume Arno e la presenza del mare oltre la pineta fuori dalla città.

I coniugi Shelley non sono certo gli unici letterati a soggiornare nella città toscana, come testimonia la casa in cui abitò Giacomo Leopardi in via della Faggiola; nello stesso periodo in cui Mary e Percy fanno ritorno nell’ex Repubblica Marinara, la città pullula di personalità importanti quali Margaret King, allieva proprio di Mary Wollstonecraft, madre della moglie di Shelley, e il medico Andrea Vaccà Berlinghieri, grande appassionato di pratiche esoteriche da cui l’autrice di “Frankenstein” prenderà spunto per la seconda edizione del suo romanzo più famoso.

La permanenza a Pisa giova al giovane Percy in tutti gli ambiti, quello letterario incluso, come scrive lui stesso al proprio editore Charles Ollier in una lettera datata 27 agosto 1820. Shelley infatti informa l’editore dei suoi nuovi lavori, tra cui una traduzione in rima dal greco dell’Inno omerico in onore di Mercurio, una resa in lingua inglese del “Simposio” platonico con tanto di prefazione da lui definita “sottile”, e un’opera poetica dal titolo “The Witch of Atlas”, pubblicata postuma. Si può certamente dire che gli anni del soggiorno pisano non furono “né dormiti né giuocati”, per citare Machiavelli.

La vena poetica di Shelley riceve notevoli spunti di ispirazione dagli idillici scenari notturni osservati, come suggerisce il componimento “Sera: Porta al Mare, Pisa”, in inglese “Evening: Porta al Mare, Pisa”, in cui il giovane descrive la calma quasi surreale del paesaggio pisano, e in particolare del fiume Arno, al momento del crepuscolo.

Ben presto la vista di altri volti noti rallegrerà ulteriormente l’esilio di Percy e Mary, soprattutto quando nel 1821, da Ravenna, accompagnato da una scorta esotica, giungerà l’eroe romantico inglese per eccellenza, il controverso e carismatico Lord George Gordon Byron.

Byron alloggia al di là del Ponte della Fortezza, nei pressi del lungarno mediceo, in un palazzo noto adesso come Palazzo Toscanelli, ma al tempo conosciuto come Palazzo Lanfranchi, dal nome della famiglia che lo aveva fatto edificare nel Cinquecento. Non è dunque troppo distante da casa Shelley da non poter fare visita all’amico di tanto in tanto.

Né è sicuramente l’unico ospite colto che Percy e Mary accolgono a braccia aperte: ben presto, casa Shelley diventa il quartier generale di un circolo letterario noto come Circolo pisano, tra i cui membri si contano Shelley, Byron, Edward E. Williamson e Leigh Hunt, con cui poi Byron avrà delle divergenze sempre più forti.

1822: I coniugi Shelley e Williams lasciano Pisa alla volta di Lerici, dove Percy pratica la vela, sua grande passione da sempre, esercitandosi con la sua nuova goletta “Ariel o Don Juan”, come l’opera dell’amico Byron. Il 1° giugno 1822, Shelley prende il largo con la sua piccola imbarcazione, affiancato dall’amico Williams e dal capitano Roberts, e si dirige alla volta di Livorno, dove deve incontrarsi con Byron e Hunt per discutere della fondazione di una rivista chiamata “The Liberal” su cui pubblicare i nuovi lavori, come le traduzioni del “Faust” a opera dello stesso Percy o il nuovo componimento satirico di Byron “The Vision of Judgement”, purtroppo le uniche opere comparse nei quattro numeri della rivista.

L’8 luglio Percy riparte, sempre accompagnato dal fido Williams, alla volta della Spezia, sfidando il tempo burrascoso e il mare in tempesta in una battaglia che è destinato a perdere. Il suo corpo verrà ritrovato sulle spiagge di Viareggio con a fianco un libro di poesie dell’amico John Keats e le opere composte nel suo appartamento a Pisa, davanti al fiume Arno.

La tragica morte di Shelley sarà anche la fine del periodo di intensa attività letteraria cominciata nella nostra città.

Byron partirà per la Grecia nel 1823, per aiutare i soldati impegnati nella guerra contro i Turchi, animato dai suoi indelebili ideali di libertà e giustizia; qui, nel 1824, a soli 36 anni, 6 più di Percy, cade in battaglia.

Oggi Pisa è una città ricca di opere d’arte e memore dei letterati che l’hanno amata, meta di turisti sia stranieri che italiani, proprio come allora. In particolare, in ricordo del sogno di un giovane uomo ucciso dal mare che tanto amava e di tutti coloro che condivisero quel sogno, vicino al Ponte di Mezzo, in lungarno Pacinotti si trova una lapide che cita una conversazione tra Percy Shelley e George Byron riportata dallo scrittore Thomas Medwin. Di fronte all’osservazione di Byron, convinto che i tramonti veneziani fossero i più belli in assoluto, Shelley gli indica la nostra città al tramonto vista dai ponti, sostenendo che non ci sia nulla di paragonabile a questa immagine.

The sun is set; the swallows are asleep;
The bats are flitting fast in the gray air;
The slow soft toads out of damp corners creep,
And evening’s breath, wandering here and there
Over the quivering surface of the stream,
Wakes not one ripple from its summer dream.

There is no dew on the dry grass to-night,
Nor damp within the shadow of the trees;
The wind is intermitting, dry, and light;
And in the inconstant motion of the breeze
The dust and straws are driven up and down,
And whirled about the pavement of the town.

Within the surface of the fleeting river
The wrinkled image of the city lay,
Immovably unquiet, and forever
It trembles, but it never fades away;
Go to the…
You, being changed, will find it then as now.

The chasm in which the sun has sunk is shut
By darkest barriers of cinereous cloud,
Like mountain over mountain huddled — but
Growing and moving upwards in a crowd,
And over it a space of watery blue,
Which the keen evening star is shining through.

Percy Bysshe Shelley, Evening: Porta al Mare, Pisa

traduzione

Il sole è tramontato; le rondini dormono,

i pipistrelli svolazzano veloci nell’aria grigia;

i lenti rospi morbidi scivolano fuori da angoli umidi,

e il respiro della sera, girando qua e là,

sulla superficie tremante della corrente,

non risveglia neppure un’increspatura dal suo sogno estivo.

 

Non c’è traccia di rugiada sull’erba asciutta stanotte,

né di umidità tra le ombre degli alberi;

il vento è intermittente, secco e leggero;

e nel movimento incostante della brezza

la polvere e le pagliuzze sono spinte su e giù,

in un vortice sul selciato cittadino.

 

Sulla superficie del fiume che scorre

giace l’immagine corrugata della città,

ferma immobile ma inquieta, perennemente

in preda al tremito senza mai sparire.

Va’ pure dove vuoi.

 Anche se sarai cambiato, la ritroverai così come era prima.

 

La voragine in cui è sprofondato il sole è delimitata

da barriere plumbee di nuvole color della cenere,

accalcate come montagna su montagna,

ma in crescita verso l’alto in un movimento collettivo,

e oltre ciò, attraverso uno spiazzo di blu marino,

risplende, appuntita, la stella della sera.

 

Marjan Celoni (IIA – Liceo classico)

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