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“È stata la mano di Dio”(P. Sorrentino, 2021)

13 Dicembre 2021 by admin_rapsodia Lascia un commento

Sorrentino è un regista che più e più volte, specialmente negli ultimi anni, ha spaccato in due il pubblico: una metà considera i suoi lavori dei veri e propri capolavori del cinema, l’altra metà invece li trova vuoti e pretenziosi, seppur ben fatti a livello tecnico.

Io mi colloco un po’ nel mezzo: a mio parere, se i primi film del regista napoletano, oltre a essere veramente preziosi a livello tecnico, erano anche profondamente sentiti, a tratti personali e in ogni caso intrisi di un’immensa passione per cinema (“Le conseguenze dell’amore” su tutti), da “La Grande Bellezza” in poi ho visto Sorrentino trasformarsi piano piano in un regista troppo di maniera, un regista che ha iniziato a unire a inquadrature di indiscutibile efficacia una sostanza tutto sommato scarsa, un regista dopotutto anche molto furbo nello scegliere le storie da raccontare, storie di facile presa sullo spettatore, magari anche interessanti, ma senza dubbio poco sentite da Sorrentino stesso; il risultato sono stati quindi lavori tutto sommato abbastanza inutili, più finalizzati all’apprezzamento del pubblico che a una maturazione intima del regista stesso.

E proprio quando ormai credevo che il Sorrentino che conoscevo si fosse arenato definitivamente con emulazioni felliniane e storie di giovani papi nel complesso non richieste, ecco che il cineasta partenopeo cala l’asso, e mi fa rimangiare tutto quello che ho detto della sua presunta involuzione: “È stata la mano di Dio”, oltre a essere un film di rara bellezza, è anche incredibilmente personale.

Il film racconta infatti l’adolescenza del giovane Sorrentino nella Napoli degli anni ’80, dai pranzi con amici e familiari all’arrivo di Maradona nell’estate dell’84, dall’incipiente passione per il cinema alla dolorosa perdita dei genitori, deceduti per intossicazione da monossido di carbonio mentre il futuro regista seguiva una partita del Napoli.
Certo, il protagonista del film si chiama Fabio (anzi, Fabietto), e non Paolo, ma è a dir poco limpida la matrice autobiografica di quest’opera.

È come se Sorrentino in tutti questi anni si fosse nascosto dietro a storie che non gli appartenevano neanche un minimo per evitare di raccontare la storia più dolente (ma più importante) di tutte: la propria.

E questo si vede chiaramente: “È stata la mano di Dio” è allo stesso tempo il film più divertente e il più dolente che il regista abbia mai realizzato, e tutto questo perché è un film vero, senza veli, una saetta che parte dal cuore di chi l’ha diretto per arrivare dritta dritta nel cuore dello spettatore, specialmente se lo spettatore è un giovane un po’ timido, amante del cinema e (manco a farlo apposta) tifoso del Napoli come me.

Certo, la storia di Fabietto/Sorrentino mi ha colpito particolarmente perché ricorda molto (ma veramente tanto tanto) la mia adolescenza ormai agli sgoccioli, ma è innegabile la potenza evocativa di questo film che, oltre a essere a tratti veramente poetico, cattura l’attenzione del pubblico fin dalla prima scena e non la lascia un attimo fino a che non scorrono i titoli di coda, un po’ come farebbe una calamita; è difficile che un film che duri più di due ore non abbia mai un momento di stanca al suo interno, eppure è vero: il film sarebbe potuto durare altre quattro ore e non mi sarei minimamente annoiato.

A mio parere, Sorrentino qui raggiunge l’apice, perché riesce finalmente a unire a una forma già matura da tanti anni una sostanza finalmente viva, pregnante, per dirla in una parola: pulsante.

E finalmente il regista napoletano riesce a trovare una mediazione tra la propria visione di cinema e l’ingombrante paragone con Fellini: dire che le influenze felliniane non ci siano in quest’opera sarebbe un’eresia (vuoi per i tanti personaggi fuori dalle righe, vuoi per un certo “realismo magico” che deve tantissimo al cineasta riminese), ma finalmente non sono pura emulazione come accadeva ne “La grande bellezza”, ma concorrono alla riuscita del tutto senza schiacciare il resto.

Parlare di montaggio, di sonoro, di fotografia sarebbe ridondante, perché sfiorano la perfezione, così come fantastici sono tutti gli attori: Servillo è come sempre eccezionale, Luisa Ranieri sorprendente in un ruolo non semplice, Massimiliano Gallo è uno dei miei attori italiani preferiti ed è sempre una garanzia. E poi c’è il giovane Filippo Scotti, veramente in parte nel ruolo di Fabietto.

Per non parlare della regia di Sorrentino che, davanti a una storia così personale, si esalta per intensità: bellissimo il piano sequenza iniziale con la camera che vola sopra il mare di Napoli, e poi il finale sulle note di Pino Daniele. Ma il vero colpo da campione Sorrentino lo sfodera a metà film, quando si accinge a narrare la perdita dei genitori: i genitori di Fabietto che si addormentano l’uno sull’altra fischiettando come loro solito quando si salutavano, la lunga carrellata laterale nella notte in cui il giovane e suo fratello corrono in macchina per raggiungere l’ospedale, quell’immensa panoramica a 360 gradi che segue Fabietto in ospedale che si dispera perché i medici non gli fanno vedere i corpi dei genitori; una sequenza da brividi.

Da quel momento Fabietto dovrà diventare Fabio, è come se il destino lo fermasse e gli urlasse in faccia “hey, you’re in the army now!”. Fiaccato dal dolore, il giovane dovrà farsi largo, mantenere a mente il passato e guardare il futuro con decisione, e a questo servono gli incontri col regista Antonio Capuano e soprattutto quello col contrabbandiere Armando, che sogna un giorno di guidare un motoscafo offshore per sentire il motore fare “tuff…tuff”. E anche Fabietto vorrebbe un giorno realizzare il suo sogno, andare a Roma, fuggire dai dolenti ricordi della felicità passata e diventare un regista, per sentire il suo cuore battere e fare “tuff…tuff” mentre gira una scena.

E, dietro a tutto questo spaccato di vita, le prodezze e la perseveranza di Maradona ispireranno il giovane ragazzo, prima fra tutte la “Mano de Dios” del Mondiale ’86, sorta di vendetta argentina contro l’imperialismo inglese sperimentato durante la Guerra delle Falkland.

Tutta la giovinezza di Sorrentino è in queste scene: felicità, dolori, passioni, speranze, scoperte, paure.

Napoli Sorrentino se l’è portata sempre dietro, e sarebbe bello che proprio quest’anno il Napoli riuscisse finalmente a vincere il suo terzo scudetto, dopo i due con Maradona.

E sarebbe ugualmente bello vedere Sorrentino alzare per la seconda volta l’Oscar per il miglior film straniero, perché secondo me con questo film se lo merita. Credo che impazzirei veramente dalla gioia se, insieme allo scudetto del Napoli e l’Oscar per Sorrentino, il Pisa riuscisse finalmente a tornare in A.

Staremo a vedere; in caso si realizzasse tutto questo sentirete il mio cuore fare “tuff…tuff”.

Lorenzo Malasoma (IIIC – Liceo classico)

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