“Buonasera ,Londra. Sono le ore nove. Vi parla la Voce del Fato in onda su 275 e 285 in onde medie…è il cinque undici millenovecentonovantasette.”
A molti questo potrebbe sembrare solo l’apertura di un notiziario radiofonico dal titolo piuttosto insolito ma per gli appassionati del genere è invece il celebre inizio di uno dei più grandi fumetti politici – o graphic novel – della storia: V per Vendetta. Insieme a Watchmen, Batman:The killing Joke e Swamp Thing, è una delle opere massime di Alan Moore, fumettista e scrittore inglese, le cui storie hanno influenzato il mondo del fumetto e il movimento Occupy, ispirato dal personaggio e dalla filosofia di V.
Come prassi, racconterò brevemente la storia editoriale di VpV e poi l’incipit della storia, in modo da non spoilearla; infine vi dirò le mie impressioni sulla storia, cercando di convincervi a unirvi a me come adepti del grande sciamano Moore, che porterà nel nostro triste mondo tanta cabala dance e molte canzoni ispirate al sommo Cthultu. E riguardo tutto ciò che ho detto, troverete conferma nella sua pagina Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Moore)
Detto questo, iniziamo. Ancora una volta: enjoy it!

V per Vendetta è comparso sulle pagine della rivista Warrior tra il 1982 e il 1985, in bianco e nero (come Dylan Dog), diventando una delle serie a fumetti più acclamate sulla rivista, tanto da meritarsi alcune copertine dei 26 numeri della rivista stessa. Purtroppo Warrior ha chiuso nel 1985, lasciando i suoi fan orfani del finale di quella storia che però è arrivato nel 1988 con la ristampa dei 10 numeri della serie a colori, da parte della DC comics (grazie DC!).
La storia è ambientata nel 1997, in un’Inghilterra comandata da un movimento fascista detto Fuoco Norreno, che la controlla con metodi simili a quelli descritti dal Grande Fratello (quello di 1984 di George Orwell, non quello televisivo ), in un mondo devastato da una guerra nucleare avvenuta nel 1988. I protagonisti sono V, un ex prigioniero di un campo di concentramento, reduce da un terribile esperimento che è stato condotto lì e da cui lo stesso V è uscito con la psiche devastata e un immenso desiderio di distruggere questo sistema; ed Evey, una ragazza di 16 anni salvata dallo stesso V da un gruppo di malintenzionati agenti di buoncostume. Anche Evey è una vittima della guerra e delle ingiustizie subite dal governo, a causa delle quali ha perso sua madre, morta nel dopoguerra per malattia, e suo padre, deportato dai fascisti a causa della sua adesione giovanile al socialismo. Scopo dei due protagonisti, o almeno di V, è di liberare il paese dall’oppressione della dittatura, per affermare l’anarchia come orientamento politico da seguire, attraverso il sabotaggio degli apparati che il governo usa per controllare il proprio popolo.
Adesso, per cominciare con le mie impressioni, vi posso dire che il mio amore verso V per Vendetta è stato un colpo di fulmine dirompente… a scoppio ritardato. Quando ho letto questo fumetto, dopo averlo comprato a 28 euro nella libreria della Coop di Livorno, io… non ci ho capito niente. Al momento dell’acquisto avevo solo 12 anni, e la mia mente non riusciva a carpire niente di significativo dal racconto; di conseguenza, l’ho lasciato in disparte su uno dei mobili della casa di mia nonna a Lorenzana, solo, nel suo triste oblio.
Poi, un anno dopo, l’ho ritrovato su uno scaffale e, per noia e per curiosità, ho deciso di rileggere questa storia. È stata una bella scelta, una di quelle di cui non ti penti perché non capitano tutti i giorni.
Come ho detto prima, V per Vendetta è una delle opere massime di Alan Moore, in cui convergono sia il suo stile narrativo potente, che attraverso qualsiasi frase, discorso e pensiero, anche brevi, dei suoi personaggi, ci fa capire la loro psiche, i loro desideri, le loro gioie e le loro croci, portandoci spesso a provare empatia per essi, che il tratto suggestivo di David Lloyd, la cui unicità non è data dalla minuziosità dei dettagli dei suoi disegni, ma dal sapiente uso di luci e ombre che esaltano le scene da lui create. Non mi soffermo sui colori perché non sono opera di David Lloyd, ma di Steve Whitaker e Sioban Doods, di cui apprezzo il lavoro di colorazione delle tavole, che riescono a impreziosire ancor di più la graphic novel.
Grazie al loro talento e alla loro passione, Moore e Lloyd riescono a rendere senza tempo una graphic novel di ben 36 anni, facendola diventare un inno alla libertà e all’importanza di custodirla. V per Vendetta è anche una feroce critica indiretta verso il governo di Margaret Thatcher, la premier inglese di orientamento conservatore degli anni Ottanta, passata alla storia come ‘la lady di ferro’. Figura molto controversa, che ha suscitato la rabbia e l’odio dei ceti più popolari per sua la politica economica ed estera, Margaret Thatcher viene rappresentata attraverso il governo fascista Fuoco Norreno.
La storia è bella da leggere e da guardare anche oggi; e fidatevi, sono poche le storie che riescono a esserlo dopo anni dalla loro pubblicazione. Allo stesso tempo però il brutto di V per vendetta, se così posso dire, è proprio l’attualità dei temi trattati perché ciò significa che stiamo che stiamo regredendo, tornando indietro sempre più velocemente verso il baratro che c’eravamo lasciati alle spalle e dove speravamo di non cadere più.
V per Vendetta svolge il compito di monito, ricordandoci che i nostri fantasmi del passato possono ritornare e, se non stiamo attenti, diventare il nostro presente, e il nostro futuro.
E con questo, concludo la mia recensione riguardo V per Vendetta, augurandovi un bell’anno nuovo, sperando con tutte le mie forze che quest’anno vada meglio del precedente. Lo spero con tutto il mio cuore.

Complimenti all’autore dell’articolo! E, giacché siamo al ‘Classico’, forse non sarà spropositato ricordare che il protagonista della prodigiosa “graphic novel” di Allan Moore cita, proprio alla fine (ultima vignetta) dell’8º capitolo – e dunque quasi alla fine del volume stesso – l'”ave atque vale” di Catullo…
E, giacché ci siamo ai riferimenti “classici” nell’opera di Alan Moore, vi segnalo pure che il titolo dell’altra sua graphic novel più famosa, Watchmen, viene dall’espressione “Who watches the watchmen?”, omnipresente nell’opera in questione (ad es., alle pp. 21, 62, 187, 237, 262 della mia ediz., che è quella uscita con “La Repubblica” nel 2005); la quale, a sua volta, è la traduzione del “(Sed) quis custodiet ipsos custodes?” di Giovenale (Satire, VI, 347-8)!
Grazie per queste importanti informazioni.
Mi aiuteranno ad arricchire il mio bagaglio culturale!
L’autore dell’articolo