
Cinquant’anni fa con le Tesi della Sapienza si sono poste le basi per una delle più grandi conquiste del mondo studentesco, ovvero “l’esercizio del diritto di riunione e di assemblea degli studenti, a livello di classe, di corso e di Istituto” (Statuto degli studenti e delle studentesse, art. 2 comma 9). Diritto riconosciuto ufficialmente solo il 24 giugno 1998 con la firma del Presidente della Repubblica Scalfaro ma che aveva trovato a Pisa, durante l’occupazione della Sapienza, i suoi precursori. Le Tesi infatti non erano altro che un appello agli studenti per poter avvalere, essendo loro “forza lavoro in fase di formazione” all’interno delle università (ambiente visto come una piccola società capitalista), di strutture rappresentative con la stessa valenza dei sindacati dei lavoratori; tutto questo era stato discusso e firmato dai “Rappresentanti delle assemblee”. Per la prima volta si riuniva un’assemblea nella quale si lottava per i diritti della collettività studentesca. Cinquant’anni dopo l’occupazione della Sapienza e tutto il periodo che ne seguì, che ne è dell’assemblea?
La nostra scuola ha da sempre preferito a una caotica e dispersiva autogestione la forma dell’assemblea d’Istituto e, sotto questo aspetto, era riuscita (fino ad adesso) a ottenere uno spazio “speciale”: quasi ogni mese ne veniva organizzata una che occupava il tempo di una mattinata scolastica; la maggioranza degli studenti partecipava interessata a gruppi autogestiti ed esercitava il proprio diritto di “riunione e di assemblea”. Purtroppo non sono mai mancati i soliti ragazzi che o con la scusa del “non so in che gruppo andare” o del “io devo studiare” non hanno mai partecipato all’assemblea, occupando alcune aule trasformandole in “aule-studio” che dopo circa mezz’ora diventavano “aule-salottino” dove esercitare il proprio non-diritto di perdere tempo e disturbare. Ma mai avevamo assistito all’oscenità della prima vera assemble del nuovo Istituto “Galilei-Pacinotti”: una plenaria in cortile iniziata alle 8:45 e finita alle 8:55 dove l’unica cosa a essere stata detta è “il ballo è andato bene”. dopo questa delirante plenaria i rappresentanti delle singole classi hanno partecipato a una riunione con i rappresentanti d’Istituto, mentre noi studenti siamo andati a registrarci nei vari gruppi. C’erano soltanto tre gruppi: uno per organizzare i Giorni Classici, uno sulla Libertà e uno del torneo di briscola… Tralasciando il fatto che essendo quell’assemblea incentrata sull’organizzazione dei Giorni Classici (cosa più o meno discutibile) è quasi giustificabile il fatto che non fossero stati organizzati molti altri gruppi, molti studenti – circa la metà – hanno passato la mattinata ad affollare l’aula della briscola, non facendo per quelle cinque ore sostanzialmente niente che avesse un senso. Tutto questo per quanto riguarda gli studenti del Liceo classico. Gli studenti dell’istituto Pacinotti sono stati lasciati totalmente allo sbaraglio: dalle finestre del Galilei potevamo vedere ragazzi che ci urlavano dalle finestre o che giocavano o che ballavano. Credo di poter affermare senza alcun dubbio che nemmeno un ragazzo del Pacinotti abbia partecipato a un gruppo autogestito. Ma questo era quasi prevedibile: gli studenti dell’istituto Pacinotti non avevano mai fatto – a detta loro- un’assemblea ‘seria’ e, senza nessuno che desse loro indicazioni o suggerimenti, non potevano immaginare cosa si dovesse fare in un’assemblea modello ’68. Ciò che invece non è ammissibile è che gli studenti del Classico abbiano totalmente travisato il senso e il significato dell’assemblea: la maggior parte di quelli che non hanno partecipato all’organizzazione dei Giorni classici ha giocato a briscola e solo una decina di persone ha seguito le attività del gruppo sul dibattito sulla Libertà (che in sostanza è stato l’unico gruppo da assemblea non seria, ma decente).
“I tempi sono cambiati” direte voi; ma non possono essere cambiati nel corso di un’estate, considerato che fino all’anno scorso succedeva raramente che durante un’assemblea ci fossero così pochi gruppi o che così tanti studenti non partecipassero a gruppi che affrontavano temi sociali e culturali. Parlando di questo con alcuni amici ho sentito frasi come “sì, hai ragione, ma non siamo più nel ’68”; lì per lì sono rimasto spiazzato. Come!?! Se è così, allora anche le manifestazioni a cui abbiamo partecipato, momenti figli (o forse nipoti) del ’68, non hanno così senso e sono con questo discorso rese vane. Mi sono a lungo interrogato su queste affermazioni e sono arrivato a pormi altri interrogativi: ma avete degli interessi e quali? Questo mi chiedo adesso. Tralasciando l’aspetto sociale e, sì, forse politico dell’assemblea, noi dobbiamo tenere sempre presente che l’Assemblea d’Istituto è un momento di dialogo tra gli studenti di tutti gli anni e corsi, è un momento aggiuntivo all’interno dell’orario scolastico in cui i ragazzi si possono conoscersi e confrontarsi; è un’occasione in cui ognuno può condividere i propri interessi e idee; è un momento in cui le idee sono messe in gioco per quello che sono; è un momento in cui non contano i voti, ma le capacità di ogni studente a prescindere dai libri. E’ un vero e proprio momento di arricchimento, una di quelle tanto bramate occasioni in cui la scuola ti insegna a essere cittadino. La caratteristica che connota la nostra società, in cui tutti accusano la classe dirigente di ogni genere di ruberie e poi magari sono i primi che pagano in nero convinti di risparmiare, è che ci si lamenta tanto che la scuola non ci insegna a vivere la nostra vita politica (quante volte ho sentito frasi di per sé senza senso come “mi hanno insegnato i sette re di Roma, ma non mi hanno mai detto come si va a votare”), ma nei momenti – come l’assemblea – in cui ci è data questa possibilità, succede come quando si buttano le perle ai porci visto che buttiamo via queste occasioni e ci ritroviamo poi a chiederci “ma se arrivasse un giorno un dirigente che volesse vietarci il nostro diritto di riunirci in assemblea, ci sarebbe qualcuno che si opporrebbe a una tale decisione?”. Ora come ora – lo ammetto – risponderei di no, considerato che non vedo perché quattro rappresentanti d’Istituto dovrebbero esporsi in prima persona con il resto del Consiglio di Istituto per far sì che praticamente un sesto della scuola possa partecipare all’assemblea, mentre il resto degli studenti si fa amabilmente gli affari suoi curando, torno a ripeterlo, il suo non-diritto di perdere tempo. Del resto l’ultima assemblea dell’anno scorso è stata fatta di un’ora ad anno perché i rappresentanti d’Istituto si erano stufati di fare i cani da guardia per cinque ore.
Nelle prossime assemblee non dovrebbero risuonare nei corridoi canzoni di Guccini o canti come “forte il braccio che alzerà la bandiera rossa della libertà“; dovremmo però tutti capire la responsabilità che ci è stata lasciata e così coltivarla con cura affinché non possa mai esserci professore o preside che metta in discussione i nostri diritti. Ma se vogliamo conservare i nostri diritti, non dobbiamo tralasciare i nostri doveri e scegliere il disimpegno; chiunque può organizzare gruppi all’assemblea, chiunque può parlare ed esprimere le proprie idee e non so se avete mai notato che questa possibilità viene spesso messa in discussione ogni volta che varchiamo il cancello della nostra scuola. L’assemblea è un momento per esprimere noi stessi e dove anche i ragazzi delle quarte ginnasio possono avvicinarsi facilmente a ciò che è la ‘vita politica’. Conserviamo questo diritto!

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