{"id":7176,"date":"2024-01-10T08:00:00","date_gmt":"2024-01-10T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapsodiaonline.it\/?p=7176"},"modified":"2024-02-09T13:30:42","modified_gmt":"2024-02-09T13:30:42","slug":"alle-origini-del-conflitto-storia-della-palestina-1883-1987","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.rapsodiaonline.it\/?p=7176","title":{"rendered":"Femminicidio e potere"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Femminicidio<\/strong>. Sentendo questa parola alcuni, spesso molti, reagiscono scandalizzati, quasi come avessero appena sentito pronunciare un terribile insulto. Si ha quasi il timore di usare questo termine che ancora oggi resta troppe volte un tab\u00f9: forse perch\u00e9 non se ne conosce il significato. Partiamo allora dall\u2019origine della parola: il 4 marzo 2022 gli organi delle Nazioni Unite pubblicano i parametri, fino a quel momento inesistenti, per classificare e analizzare statisticamente il fenomeno dell\u2019omicidio di genere (<em>Statistical framework for measuring the gender-related killing of women and girls<\/em>). All\u2019interno di questo documento si legge che con \u201c<em>motivazioni legate al genere si fa riferimento alle cause fondanti \u2013 come stereotipici ruoli di genere, discriminazione verso donne e ragazze, diseguaglianza e relazioni di potere squilibrate fra donne e uomini nella societ\u00e0- che caratterizzano il contesto specifico in cui tali omicidi hanno luogo<\/em>\u201d; il femminicidio \u00e8 proprio questo: l\u2019omicidio di una donna in quanto tale.<\/p>\n<p>Dare il nome a qualcosa implica riconoscerla, renderla reale e visibile; in Italia, per\u00f2, il termine non compare in ambito giuridico come reato a s\u00e9 stante, ma solo come aggravante.<\/p>\n<p>Il Ministero degli Interni fornisce settimanalmente un report in cui vengono analizzati i casi di omicidio volontario, con un focus sui casi legati alla violenza di genere, ma anche qua la parola femminicidio non figura. Come possiamo combattere adeguatamente un fenomeno se non abbiamo nemmeno il coraggio di chiamarlo con il suo nome? In un\u2019inchiesta del 2016 a cura di F. Bartolomeo, voluta dal Ministero della Giustizia, viene evidenziato come i casi di femminicidio siano una quota spaventosamente importante degli omicidi di donne in Italia: \u201csu 417 sentenze esaminate, 355 sono classificabili come femminicidio\u201d, ovvero l\u201985% dei casi. I dati che emergono da questo rapporto sono agghiaccianti, sebbene non sorprendenti: l\u201980,5% degli omicidi di donne avvengono per mano di un uomo, il 75% delle donne muore in ambito familiare. Altrettanto terrificante \u00e8 \u201cil profilo primitivo\u201d del modus operandi che accomuna la gran parte dei casi. Ci si trova di fronte a episodi di violenza a dir poco gratuita, in cui, secondo le statistiche, l\u2019arma maggiormente usata \u00e8 il coltello da cucina, simbolico della domesticit\u00e0 degli accadimenti. Eppure l\u2019omicida, dopo aver sferzato il colpo mortale, non si ferma, continuando a colpire la vittima con feroce accanimento, spesso arrivando a soffocare la vittima con le proprie mani. La brutalit\u00e0 di queste azioni \u00e8 alquanto indicativa della natura del fenomeno. Il femminicidio, come del resto lo \u00e8 lo stupro, \u00e8 un\u2019imposizione di potere. La violenza contro le donne non \u00e8 di certo una novit\u00e0, basti pensare che, nel nostro paese, il ben noto \u201cdelitto d\u2019onore\u201d \u00e8 rimasto legale fino agli anni Ottanta. Guardando attentamente per\u00f2, si nota che i femminicidi di allora hanno, tendenzialmente, un carattere diverso rispetto a quelli di oggi: nell\u2019Italia novecentesca, in cui la famiglia aveva ancora una struttura esplicitamente patriarcale, l\u2019omicidio avveniva quasi come una condanna, come una punizione stabilita da una corte marziale e l\u2019uomo aveva questo diritto di giudizio. In una societ\u00e0 che avanza, in cui la maggior parte delle donne esercita i propri diritti e le proprie libert\u00e0, questo ruolo di superiorit\u00e0 e di potere degli uomini \u00e8 venuto a mancare e il femminicidio \u00e8 il terribile e violento tentativo di alcuni di imporre il proprio volere e potere. Dobbiamo parlare di quello che succede, dobbiamo usare le parole giuste e conoscere il problema, questo \u00e8 il punto di partenza, altrimenti la violenza avr\u00e0 la meglio e sar\u00e0 inevitabile un passo indietro per la nostra societ\u00e0. Non possiamo darla vinta a chi vuole imporsi con la forza. Ci siamo stancate. Le cose devono cambiare.<\/p>\n<p>Emma G. Pardini (classe 4D &#8211; Liceo classico)<\/p>\n<p>Per comprendere l&#8217;attuale conflitto nella striscia di Gaza \u00e8 essenziale conoscere la storia del territorio e quella dell&#8217;intera Palestina dalla fine dell\u2019Ottocento fino agli anni \u201980 del Novecento. Non si possono comprendere le cause del conflitto senza conoscere ci\u00f2 che \u00e8 accaduto nel recente passato.<\/p>\n<p>Alle radici della questione israelo-palestinese c\u2019\u00e8 l&#8217;immigrazione ebraica in Palestina, fenomeno che continua ancora oggi: nella Palestina di fine &#8216;800 (al tempo sotto il controllo dell\u2019Impero ottomano) caratterizzata da un numero limitato di ebrei ortodossi residenti l\u00ec da secoli ha inizio, nel 1881, un&#8217;ondata migratoria di ebrei dell&#8217;Europa orientale in fuga dai pogrom antisemiti dell&#8217;Impero Russo; questo movimento fu chiamato &#8220;Prima Aliyah&#8221; (termine ebraico usato per indicare il pellegrinaggio a Gerusalemme).<\/p>\n<p>Nel 1897 si riunisce il primo congresso sionista in Svizzera. Il sionismo era (ed \u00e8) un&#8217;ideologia per cui dovrebbe esistere uno stato abitato da soli ebrei in Palestina, da stabilire tramite un movimento di colonizzazione; questo secondo le affermazioni dei principali sionisti, in particolare il fondatore di tale ideologia Theodor Herzl, che aveva definito nel suo libro \u201cLo Stato ebraico\u201d del 1896 il sionismo un'&#8221;idea coloniale&#8221;. Con l&#8217;organizzazione del movimento sionista si arriva a uno sforzo coordinato nella colonizzazione, che permette anche la formazione di lobby sioniste in molti paesi. Tra la fine dell&#8217;Ottocento e la Prima Guerra Mondiale il movimento sionista si guadagna l&#8217;appoggio del governo britannico, il quale vedeva in modo favorevole la nascita di uno Stato con cultura europea in Palestina che avrebbe potuto garantire la sicurezza dei possedimenti britannici in Egitto.<\/p>\n<p>Durante la Prima Guerra Mondiale l\u2019Impero Britannico, con un documento ufficiale del segretario degli affari esteri Balfour, dichiar\u00f2 alla Zionist Federation che avrebbe reso possibile la nascita di una &#8220;National Home&#8221; per gli ebrei in Palestina dopo la guerra, e, dopo che la Societ\u00e0 delle Nazioni concesse ai Britannici un mandato sulla Palestina (1920), mantenne la promessa permettendo una maggiore immigrazione ebraica nel territorio, anche se fu costretto a limitarla dopo la rivolta araba del 1936-39.<\/p>\n<p>Mentre all&#8217;inizio i palestinesi avevano visto i sionisti come dei semplici europei arrivati da lontano, simili ai diplomatici e ai missionari, col tempo si svilupparono tra i coloni ebrei e i nativi palestinesi tensioni che in molti casi sfociarono nella violenza e causarono la nascita di numerose organizzazioni paramilitari da ambo le parti, ma soprattutto ebraiche come l\u2019Hagan\u00e0, nucleo del futuro esercito di Israele, Irgun e Stern.<\/p>\n<p>Dopo la Seconda Guerra Mondiale la situazione in Palestina divenne insostenibile per le autorit\u00e0 britanniche, che decisero di lasciare la questione nelle mani delle Nazioni Unite, che a loro volta con la Risoluzione 181 optarono per la creazione di uno stato palestinese e uno ebraico, una soluzione approvata dalla comunit\u00e0 ebraica ma fortemente osteggiata dai palestinesi e dal resto dei paesi arabi. Cos\u00ec, con il supporto delle grandi potenze occidentali e dell&#8217;Unione Sovietica, alla mezzanotte del 14 maggio 1948 venne dichiarata la fondazione dello Stato di Israele, ma la mattina seguente esplosero subito i combattimenti tra l\u2019esercito di quest\u2019ultimo (composto dalle milizie sopracitate) e le forze paramilitari palestinesi e gli eserciti degli Stati arabi in quella che venne chiamata la Guerra del 1948. Israele vinse grazie alla maggiore preparazione militare e alla quantit\u00e0 di forniture di armamenti provenienti dagli stati che lo sostenevano, espandendo il territorio che le era stato assegnato con la Risoluzione 181. La Cisgiordania e Gerusalemme est andarono al Regno di Giordania (che si era accordato segretamente con Israele a questo fine) e la striscia di Gaza all&#8217;Egitto. Ma la conseguenza pi\u00f9 importante della guerra fu la Nakba (in arabo &#8220;catastrofe&#8221;), termine che descrive il massacro di molti palestinesi e la deportazione di 700.000 persone dalle loro case a opera delle forze armate israeliane.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 stata descritta come la pulizia etnica della Palestina, eseguita con lo scopo di creare uno stato ebraico pi\u00f9 grande possibile e con il minor numero di palestinesi. Mentre nei territori acquisiti da Israele rimasero 160.000 palestinesi (che andranno a formare la minoranza palestinese di Israele), i 700.000 espulsi trovarono asilo nei campi profughi dei Paesi arabi o della Cisgiordania e di Gaza, in cui hanno vissuto fino ad oggi grazie ai limitati aiuti delle Nazioni Unite tramite l\u2019agenzia Unrwa e dei paesi ospitanti.<\/p>\n<p>\u00a0A Gaza e in Cisgiordania trov\u00f2 radici il gruppo di islam politico dei Fratelli Musulmani, che riscosse la coscienza politica dei rifugiati portandoli a formare dei gruppi di guerriglieri Fidayyin (in arabo &#8220;devoti&#8221;) che iniziarono a mettere in atto varie incursioni nei villaggi di confine israeliani, contrastati dalla risposta delle forze israeliane. Questo per\u00f2 non significa che i Fratelli Musulmani controllassero la resistenza palestinese, che si svilupp\u00f2 in modo autonomo anche se lo fece appoggiandosi ai paesi arabi.<\/p>\n<p>Nel ceto intellettuale si svilupparono idee pi\u00f9 laiche e progressiste che diedero origine al movimento nazionalista laico Fatah. Insieme al vecchio ceto politico palestinese, negli anni &#8217;50, queste forze iniziarono a incontrarsi per trovare punti in comune; i principali obiettivi individuati erano la nascita di uno Stato palestinese nell&#8217;intero territorio della Palestina \u201cmandataria\u201d e, di conseguenza, il ritorno dei rifugiati alle loro case (sotto la formula di &#8220;diritto al ritorno&#8221;), ufficialmente voluto anche dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 194; secondo tutti questi movimenti tali obiettivi andavano raggiunti tramite la lotta armata, e infatti questi movimenti avevano anche un&#8217;ala militare.<\/p>\n<p>A seguito di grandi tensioni tra Israele e i paesi arabi, nel 1967 Israele effettu\u00f2 un formidabile attacco che in soli sei giorni sconfisse tutti i paesi arabi limitrofi. L&#8217;Egitto perse la penisola del Sinai, la Siria le alture del Golan; la striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est divennero \u201cTerritori palestinesi occupati\u201d militarmente da Israele.<\/p>\n<p>L&#8217;occupazione dei territori fu estremamente dannosa per i palestinesi che vi abitavano, i quali si trovarono a vivere in pessime condizioni e sotto un regime repressivo che non permetteva neanche di avere una bandiera palestinese.<\/p>\n<p>In questo clima trov\u00f2 quindi terreno fertile la militanza politica palestinese, che ne trasse nuova linfa. In particolare, si rafforzarono le forze laiche come Fatah e l&#8217;estrema sinistra del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) e del FDLP (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina), tutti coordinati nell&#8217;Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che organizz\u00f2 vari attacchi armati contro le forze di occupazione israeliane.<\/p>\n<p>La situazione fu aggravata dal movimento di colonizzazione israeliano della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Si formarono infatti vari gruppi politici che volevano l&#8217;insediamento di coloni ebrei a Gaza e in Cisgiordania con vari fini: c&#8217;era chi lo riteneva necessario per la sicurezza di Israele e chi per motivi religiosi. Questo movimento, che si afferm\u00f2 con confische di case palestinesi e costruzione di insediamenti, port\u00f2 a una presenza ebraica sempre maggiore nei territori palestinesi, con una crescente ostilit\u00e0 tra coloni e popolazione indigena.<\/p>\n<p>Anche se erano ancora in uno stadio iniziale di sviluppo, si svilupparono varie forze che traevano ispirazione dall&#8217;Islam per i loro programmi politici, e si concentravano nell&#8217;educazione e nell&#8217;aiuto alla popolazione; in particolare l&#8217;organizzazione di beneficenza legata ai Fratelli Musulmani Mujama Al-Islamiya (&#8220;Centro Islamico&#8221;), l&#8217;embrione di Hamas, si svilupp\u00f2 a Gaza, ricevendo anche finanziamenti da Israele finalizzati a indebolire le forze politiche palestinesi di ispirazione laica.<\/p>\n<p>Dopo il 1967 si ebbe quindi una situazione di profonda instabilit\u00e0, che creer\u00e0 le condizioni per la grande rivolta del 1987, l&#8217;<em>intifada<\/em>, che sar\u00e0 affrontata nella seconda parte di questo articolo.<\/p>\n<p>Scopo di questo articolo non \u00e8 proporre un\u2019analisi esaustiva del periodo preso in considerazione, ma fornire una sintesi utile a comprendere gli avvenimenti recenti. Per chi desideri approfondire, molto interessante \u00e8 il saggio &#8220;Storia della Palestina moderna&#8221; dello storico israeliano Ilan Pappe.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Valerio D\u2019Amato (classe 2B &#8211; liceo classico)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Femminicidio. Sentendo questa parola alcuni, spesso molti, reagiscono scandalizzati, quasi come avessero appena sentito pronunciare un terribile insulto. Si ha quasi il timore di usare questo termine che ancora oggi resta troppe volte un tab\u00f9: forse perch\u00e9 non se ne conosce il significato. 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