Nel 1985 Craxi, reduce della crisi di Sigonella, aprì una polemica sulla storia italiana con un paragone fra la lotta armata palestinese e quella di Mazzini. Questa tesi, che venne percepita come azzardata e sminuente della lotta di unificazione italiana, provocò molte polemiche.
Per noi riflettere su questa polemica significa ripensare la nostra storia senza pregiudizi, e valutare il ruolo del terrorismo nella storia. Quel dibattito che ha lasciato strascichi anche sul libro di storia di quarta usato in questa scuola, “La storia. Progettare il futuro”, dove a pagina 377 lo storico Paul Ginsborg afferma che nel caso di Mazzini non si può parlare di terrorismo. Questa affermazione è motivata sulla base del contesto storico oppressivo e della nobile motivazione dell’unificazione italiana.
Mazzini e i suoi seguaci credevano che nella storia la vittoria arrivasse ai più convinti delle proprie idee, non a chi aveva una maggior forza militare o economica. La volontà veniva affermata tramite la violenza, che era quindi in grado di stravolgere le situazioni. Questo pensiero comporta una strategia militare che sottovaluta i fattori oggettivi e porta avanti insurrezioni disperate e attentati.
Casi esemplari di questa strategia sono l’insurrezione di Milano del 1853, nella quale 1000 mazziniani pretesero di scontrarsi contro 40000 austriaci, perdendo rovinosamente, o il tentativo di attentato a Carlo Alberto di Savoia del 1833, a cui Mazzini diede il suo sostegno materiale. O anche l’attentato a Napoleone III di Orsini, che non fu organizzato da Mazzini ma da un suo ex seguace ed è indice di quella visione terroristica, che in quello specifico caso provocherà 8 morti e 156 feriti senza nessun danno all’Imperatore.
In questi eclatanti esempi si osserva la propensione al terrorismo di Mazzini e dei suoi seguaci, che non può essere giustificata con il contesto storico, perché ogni esempio di terrorismo avviene in un momento storico difficile. Nel terrorismo mazziniano vediamo la forma mentis che pretende di poter cambiare la realtà con gesti spettacolari e sanguinosi, che è stata comune ai giacobini francesi, ai narodniki russi, ai terroristi anarchici, al terrorismo palestinese passato e presente e anche a gruppi sedicenti marxisti come le Brigate Rosse.
Questa concezione velenosa, che causerà tanti morti e poche vittorie, fu comune a molti movimenti democratici e possiamo dire che nasce con la democrazia. Oggi una lotta per il cambiamento deve avere basi radicalmente diverse, e basarsi non sulla volontà spontanea ma su strategia e organizzazione.
Valerio D’Amato (classe 4B – liceo classico)

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